mercoledì 26 agosto 2015

Paolo Domenico Finoglio e Tasso (1)


Nell'ambito della mostra Il tesoro d'Italia, curata da Vittorio Sgarbi e allestita presso lo stand Eataly di Expo Milano 2015, è possibile ammirare uno dei dieci quadri del ciclo sulla Gerusalemme liberata di Paolo Domenico Finoglio (1590 c. - 1645), conservato al Castello Acquaviva d'Aragona di Conversano (Bari): Rinaldo e Armida nel giardino incantato.




La maga Armida ha rapito Rinaldo e lo ha trasportato nel suo giardino incantato presso le Isole Fortunate, molto lontano dai luoghi della crociata. Qui il cavaliere oblia completamente i suoi doveri di soldato e di difensore della cristianità. Tradizionalmente Rinaldo è rappresentato tra le braccia di Armida, mentre regge lo specchio nel quale la donna si rimira. Il suo sguardo è completamente perso negli occhi dell'amata, dal cui volto non riesce a distaccarsi. Carlo e Ubaldo vengono in genere ritratti mentre sono nascosti tra la vegetazione. Di lì a poco, quando la maga si allontanerà e l'eroe cristiano resterà momentaneamente solo, i due crociati si paleseranno al compagno d'armi e lo indurranno a abbandonare l'isola e a ritornare alla guerra.

Ecco i versi più significativi del canto XVI (da leggere comunque per intero; alla vicenda vengono dedicati altri quadri del ciclo).

Fra melodia sì tenera, fra tante
vaghezze allettatrici e lusinghiere,
va quella coppia, e rigida e costante
se stessa indura a i vezzi del piacere.
Ecco tra fronde e fronde il guardo inante
penetra e vede, o pargli di vedere,
vede pur certo il vago e la diletta,
ch'egli è in grembo a la donna, essa a l'erbetta.

Ella dinanzi al petto ha il vel diviso,
e 'l crin sparge incomposto al vento estivo;
langue per vezzo, e 'l suo infiammato viso
fan biancheggiando i bei sudor più vivo:
qual raggio in onda, le scintilla un riso
ne gli umidi occhi tremulo e lascivo.
Sovra lui pende; ed ei nel grembo molle
le posa il capo, e 'l volto al volto attolle,

e i famelici sguardi avidamente
in lei pascendo si consuma e strugge.
S'inchina, e i dolci baci ella sovente
liba or da gli occhi e da le labra or sugge,
ed in quel punto ei sospirar si sente
profondo sì che pensi: «Or l'alma fugge
e 'n lei trapassa peregrina.» Ascosi
mirano i duo guerrier gli atti amorosi.

Dal fianco de l'amante (estranio arnese)
un cristallo pendea lucido e netto.
Sorse, e quel fra le mani a lui sospese
a i misteri d'Amor ministro eletto.
Con luci ella ridenti, ei con accese,
mirano in vari oggetti un solo oggetto:
ella del vetro a sé fa specchio, ed egli
gli occhi di lei sereni a sé fa spegli.

L'uno di servitù, l'altra d'impero
si gloria, ella in se stessa ed egli in lei.
- Volgi, - dicea - deh volgi - il cavaliero
- a me quegli occhi onde beata bèi,
ché son, se tu no 'l sai, ritratto vero
de le bellezze tue gli incendi miei;
la forma lor, la meraviglia a pieno
più che il cristallo tuo mostra il mio seno.

Deh! poi che sdegni me, com'egli è vago
mirar tu almen potessi il proprio volto;
ché il guardo tuo, ch'altrove non è pago,
gioirebbe felice in sé rivolto.
Non può specchio ritrar sì dolce imago,
né in picciol vetro è un paradiso accolto:
specchio t'è degno il cielo, e ne le stelle
puoi riguardar le tue sembianze belle. -

Ride Armida a quel dir, ma non che cesse
dal vagheggiarsi e da' suoi bei lavori.
Poi che intrecciò le chiome e che ripresse
con ordin vago i lor lascivi errori,
torse in anella i crin minuti e in esse,
quasi smalto su l'or, cosparse i fiori;
e nel bel sen le peregrine rose
giunse a i nativi gigli, e 'l vel compose.

(Canto XVI, ottave 17-23)




Particolare: Rinaldo e Armida
"egli è in grembo a la donna; essa a l'erbetta" (ott. 17, v. 8)
"ei nel grembo molle / le posa il capo, e 'l volto al volto attolle" (ott. 18, vv. 7-8)


Particolare:
"e 'l volto al volto attolle, / e i famelici sguardi avidamente / il lei pascendo si consuma e strugge"
(ott. 18, v. 8 - ott. 19, v. 2)


Particolare: lo specchio e il gioco degli sguardi
"Dal fianco de l'amante (estraneo arnese) / un cristallo pendea lucido e netto. / Sorse, e quel fra le mani a lui sospese / a i misteri d'Amor ministro eletto. / Con luci ella ridenti, ei con accese, / mirano in vaghi oggetti un solo oggetto: / ella del vetro a sé fa specchio, ed egli / gli occhi di lei sereni a sé fa spegli." (ott. 20)


Particolare: lo specchio


Particolare: Carlo e Ubaldo
"Ascosi / mirano i duo guerrier gli atti amorosi" (ott. 19, vv. 7-8)


La mostra milanese è per noi l'occasione per parlare del magnifico ciclo di Finoglio, giustamente considerato "uno dei più importanti cicli pittorici di argomento profano dell'intera produzione artistica del Seicento italiano" (Fonte).

Per uno sguardo d'insieme del ciclo, si rinvia alle prime pagine di una pubblicazione disponibile grazie a Issuu. Il sito della cooperativa "Armida" offre molte informazioni su Finoglio; sui committenti del ciclo; sulla collezione dei conti Acquaviva e sulle vicende legate alla creazione della attuale Pinacoteca; sulle opere ispirate al poema tassesco. Di ognuno dei quadri vengono forniti un commento e i riferimenti letterari.

Ecco l'elenco dei dieci episodi rappresentati nelle tele di Finoglio (l'ordine è quello del citato sito della cooperativa "Armida", rispettoso di quello dei canti. Le immagini sono state reperite online).


1. Il supplizio di Olindo e Sofronia


Fonte


L'episodio di Olindo e Sofronia è narrato nel canto II, ottave 1-56.

Il mago Ismeno convince il re Aladino a sottrarre ai cristiani un'immagine della Madonna e a trasferirla in una moschea. Il giorno seguente, tuttavia, l'opera risulta introvabile. Dopo vane ricerche il re decide di vendicarsi nei confronti dei cristiani, che reputa responsabili del furto. Sofronia, per salvare il popolo dalla strage, si presenta al tiranno e si autoaccusa del furto e della distruzione dell'immagine sacra. Il re la condanna al rogo. Non appena Olindo, un giovane innamorato della donna ma da lei ignorato, scopre la cosa, si presenta a sua volta al re, assumendo su di sé ogni responsabilità. Aladino decide così di condannare  entrambi al supplizio.
Sopraggiunge Clorinda che, convintasi dell'innocenza dei due, interviene in loro favore: in cambio del suo aiuto in guerra, chiede che le vengano assegnati i due "rei". Molto intelligentemente, l'eroina condanna il suggerimento di Ismeno, criticando il fatto che fossero state poste delle immagini cristiane in un tempio islamico.
Olindo e Sofronia, ora che la seconda ha preso coscienza dei sentimenti del primo nei suoi confronti, passano dal rogo all'altare. Il re li condanna comunque all'esilio.

Finoglio ha deciso di rappresentare il momento in cui Clorinda, giunta a cavallo sul luogo dell'esecuzione e vestita dell'armatura che la rende riconoscibile da tutti, chiede spiegazioni a un anziano.


Viene or costei da le contrade perse
perch'a i cristiani a suo poter resista,
bench'altre volte ha di lor membra asperse
le piaggie, e l'onda di lor sangue ha mista.
Or quivi in arrivando a lei s'offerse
l'apparato di morte a prima vista.
Di mirar vaga e di saper qual fallo
condanni i rei, sospinge oltre il cavallo.

Cedon le turbe, e i due legati insieme
ella si ferma a riguardar da presso.
Mira che l'una tace e l'altro geme,
e più vigor mostra il men forte sesso.
Pianger lui vede in guisa d'uom cui preme
pietà, non doglia, o duol non di se stesso;
e tacer lei con gli occhi al ciel sì fisa
ch'anzi 'l morir par di qua giù divisa.

Clorinda intenerissi, e si condolse
d'ambeduo loro e lagrimonne alquanto.
Pur maggior sente il duol per chi non duolse,
più la move il silenzio e meno il pianto.
Senza troppo indugiare ella si volse
ad un uom che canuto avea da canto:
- Deh! dimmi: chi son questi? ed al martoro
qual gli conduce o sorte o colpa loro? -

Così pregollo, e da colui risposto
breve ma pieno a le dimande fue.
Stupissi udendo, e imaginò ben tosto
ch'egualmente innocenti eran que' due.
Già di vietar lor morte ha in sé proposto,
quanto potranno i preghi o l'armi sue.
Pronta accorre a la fiamma, e fa ritrarla,
che già s'appressa, ed a i ministri parla:

- Alcun non sia di voi che 'n questo duro
ufficio oltra seguire abbia baldanza,
sin ch'io non parli al re: ben v'assecuro
ch'ei non v'accuserà de la tardanza. -
Ubidiro i sergenti, e mossi furo
da quella grande sua regal sembianza.
Poi verso il re si mosse, e lui tra via
ella trovò che 'ncontra lei venia.

(Canto II, ottave 41-45)

Nel citato sito della cooperativa "Armida", i cui testi sono stati curati da Vito L'Abbate, ex-direttore del Museo Civico di Conversano, si segnala che alcuni "studiosi hanno voluto vedere nel personaggio a destra sul fondo un autoritratto di Finoglio, essendo questa l'unica figura a guardare verso il fruitore, svelando così la "finzione" della scena rappresentata." (Fonte)


2. Tancredi affronta Clorinda


Fonte


Un episodio del Canto III descrive il duello tra Clorinda e Tancredi: un abile colpo del cavaliere fa sì che la testa della donna resti scoperta e che lei appaia in tutta la sua bellezza.  Tancredi riconosce finalmente l'amata e non reagisce. Decide invece di rivelarle il suo amore.   Mentre sta per parlare, un "uomo inumano" la ferisce al collo, suscitando l'ira di Tancredi per  la sua azione "villana".

Finoglio ha ben reso sul volto di Tancredi la sorpresa; il cavaliere impugna la spada nella destra, ma non sembra reagire all'attacco della donna, che invece impugna la spada e sta per sferrargli un colpo. Il volto di Clorinda ha, conformemente al personaggio, dei tratti androgini.

Ecco i versi relativi all'episodio:

Clorinda intanto ad incontrar l'assalto
va di Tancredi, e pon la lancia in resta.
Ferìrsi a le visiere, e i tronchi in alto
volaro e parte nuda ella ne resta;
ché, rotti i lacci a l'elmo suo, d'un salto
(mirabil colpo!) ei le balzò di testa;
e le chiome dorate al vento sparse,
giovane donna in mezzo 'l campo apparse.

Lampeggiàr gli occhi, e folgoràr gli sguardi,
dolci ne l'ira; or che sarian nel riso?
Tancredi, a che pur pensi? a che pur guardi?
non riconosci tu l'altero viso?
Quest'è pur quel bel volto onde tutt'ardi;
tuo core il dica, ov'è il suo essempio inciso.
Questa è colei che rinfrescar la fronte
vedesti già nel solitario fonte.

Ei ch'al cimiero ed al dipinto scudo
non badò prima, or lei veggendo impètra;
ella quanto può meglio il capo ignudo
si ricopre, e l'assale; ed ei s'arretra.
Va contra gli altri, e rota il ferro crudo;
ma però da lei pace non impetra,
che minacciosa il segue, e: - Volgi - grida;
e di due morti in un punto lo sfida.

Percosso, il cavalier non ripercote,
né sì dal ferro a riguardarsi attende,
come a guardar i begli occhi e le gote
ond'Amor l'arco inevitabil tende.
Fra sé dicea: «Van le percosse vote
talor, che la sua destra armata stende;
ma colpo mai del bello ignudo volto
non cade in fallo, e sempre il cor m'è colto.»

Risolve al fin, benché pietà non spere,
di non morir tacendo occulto amante.
Vuol ch'ella sappia ch'un prigion suo fère
già inerme, e supplichevole e tremante;
onde le dice: - O tu, che mostri avere
per nemico me sol fra turbe tante,
usciam di questa mischia, ed in disparte
i' potrò teco, e tu meco provarte.

Così me' si vedrà s'al tuo s'agguaglia
il mio valore. - Ella accettò l'invito:
e come esser senz'elmo a lei non caglia,
gìa baldanzosa, ed ei seguia smarrito.
Recata s'era in atto di battaglia
già la guerriera, e già l'avea ferito,
quand'egli: - Or ferma, - disse - e siano fatti
anzi la pugna de la pugna i patti. -

Fermossi, e lui di pauroso audace
rendé in quel punto il disperato amore.
- I patti sian, - dicea - poi che tu pace
meco non vuoi, che tu mi tragga il core.
Il mio cor, non più mio, s'a te dispiace
ch'egli più viva, volontario more:
è tuo gran tempo, e tempo è ben che trarlo
omai tu debbia, e non debb'io vietarlo.

Ecco io chino le braccia, e t'appresento
senza difesa il petto: or ché no 'l fiedi?
vuoi ch'agevoli l'opra? i' son contento
trarmi l'usbergo or or, se nudo il chiedi. -
Distinguea forse in più duro lamento
i suoi dolori il misero Tancredi,
ma calca l'impedisce intempestiva
de' pagani e de' suoi che soprarriva.

Cedean cacciati da lo stuol cristiano
i Palestini, o sia temenza od arte.
Un de' persecutori, uomo inumano,
videle sventolar le chiome sparte,
e da tergo in passando alzò la mano
per ferir lei ne la sua ignuda parte;
ma Tancredi gridò, che se n'accorse,
e con la spada a quel gran colpo occorse.

Pur non gì tutto in vano, e ne' confini
del bianco collo il bel capo ferille.
Fu levissima piaga, e i biondi crini
rosseggiaron così d'alquante stille,
come rosseggia l'or che di rubini
per man d'illustre artefice sfaville.
Ma il prence infuriato allor si strinse
adosso a quel villano, e 'l ferro spinse.

Quel si dilegua, e questi acceso d'ira
il segue, e van come per l'aria strale.
Ella riman sospesa, ed ambo mira
lontani molto, né seguir le cale,
ma co' suoi fuggitivi si ritira:
talor mostra la fronte e i Franchi assale;
or si volge or rivolge, or fugge or fuga,
né si può dir la sua caccia né fuga.

(Canto III, ott. 21-31)

Citiamo anche alcune ottave del primo canto, utili a comprendere l'allusione dei vv. 7-8 dell'ottava 22:

Quivi a lui d'improviso una donzella
tutta, fuor che la fronte, armata apparse:
era pagana, e là venuta anch'ella
per l'istessa cagion di ristorarse.
Egli mirolla, ed ammirò la bella
sembianza, e d'essa si compiacque, e n'arse.
Oh meraviglia! Amor, ch'a pena è nato,
già grande vola, e già trionfa armato.

Ella d'elmo coprissi, e se non era
ch'altri quivi arrivàr, ben l'assaliva.
Partì dal vinto suo la donna altera,
ch'è per necessità sol fuggitiva;
ma l'imagine sua bella e guerriera
tale ei serbò nel cor, qual essa è viva;
e sempre ha nel pensiero e l'atto e 'l loco
in che la vide, esca continua al foco.

E ben nel volto suo la gente accorta
legger potria: «Questi arde, e fuor di spene»;
così vien sospiroso, e così porta
basse le ciglia e di mestizia piene.

(Canto I, ott. 47-49,4)


3. Il duello tra Raimondo di Tolosa e Argante


Fonte


L'episodio è narrato nella seconda parte del canto VII, dall'ott. 50 all'ott. 104: Argante sfida a duello un campione dell'esercito cristiano. Goffredo non sa chi opporgli e sembra deciso ad accettare lui stesso la sfida. Si fa avanti il saggio Raimondo, che lo sconsiglia dal mettere a rischio la guida dell'esercito crociato e, nonostante l'età avanzata, si mostra desideroso di combattere. Goffredo decide di lasciare alla sorte la decisione su chi sarà a confrontarsi con Argante, ma è proprio il "breve" (il cartiglio) con il nome di Raimondo di Tolosa ad essere estratto. Nel frattempo Argante, impaziente di combattere, offende gli avversari. A dorso di Aquilino (l'unico cavallo della Gerusalemme liberata ad avere un nome) Raimondo muove all'assalto. Egli rivolge una preghiera a Dio e il Padre eterno manda in suo aiuto un angelo. Belzebù decide di intervenire per sostenere Argante; convince il famoso arciere Oradino a lanciare una freccia che ferisce Raimondo.
Goffredo, giudicando violato il patto, fa sì che i due eserciti riprendano il combattimento.

Ecco i versi più significativi in rapporto al quadro di Finoglio:


Di loro indugio intanto è quell'altero
impaziente, e li minaccia e grida:
- O gente invitta, o popolo guerriero
d'Europa, un uomo solo è che vi sfida.
Venga Tancredi omai che par sì fero,
se ne la sua virtù tanto si fida;
o vuol, giacendo in piume, aspettar forse
la notte ch'altre volte a lui soccorse?

Venga altri, s'egli teme; a stuolo a stuolo
venite insieme, o cavalieri, o fanti,
poi che di pugnar meco a solo a solo
non v'è fra mille schiere uom che si vanti.
Vedete là il sepolcro ove il figliuolo
di Maria giacque: or ché non gite avanti?
ché non sciogliete i voti? Ecco la strada!
A qual serbate uopo maggior la spada? -

Con tali scherni il saracin atroce
quasi con dura sferza altrui percote,
ma più ch'altri Raimondo a quella voce
s'accende, e l'onte sofferir non pote.
La virtù stimolata è più feroce,
e s'aguzza de l'ira a l'aspra cote,
sì che tronca gli indugi e preme il dorso
del suo Aquilino, a cui diè 'l nome il corso -.

Questo su 'l Tago nacque, ove talora
l'avida madre del guerriero armento,
quando l'alma stagion che n'innamora
nel cor le instiga il natural talento,
volta l'aperta bocca incontra l'òra,
raccoglie i semi del fecondo vento,
e de' tepidi fiati (oh meraviglia!)
cupidamente ella concipe e figlia.

E ben questo Aquilin nato diresti
di quale aura del ciel più lieve spiri,
o se veloce sì ch'orma non resti
stendere il corso per l'arena il miri,
o se 'l vedi addoppiar leggieri e presti
a destra ed a sinistra angusti giri.
Sovra tal corridore il conte assiso
move a l'assalto, e volge al cielo il viso:

- Signor, tu che drizzasti incontra l'empio
Golia l'arme inesperte in Terebinto,
sì ch'ei ne fu, che d'Israel fea scempio,
al primo sasso d'un garzone estinto;
tu fa' ch'or giaccia (e fia pari l'essempio)
questo fellon da me percosso e vinto,
e debil vecchio or la superbia opprima
come debil fanciul l'oppresse in prima. -

Così pregava il conte, e le preghiere
mosse da la speranza in Dio secura
s'alzàr volando a le celesti spere,
come va foco al ciel per sua natura.
L'accolse il Padre eterno, e fra le schiere
de l'essercito suo tolse a la cura
un che 'l difenda, e sano e vincitore
da le man di quell'empio il tragga fuore.

L'angelo, che fu già custode eletto
da l'alta Providenza al buon Raimondo
insin dal primo dì che pargoletto
se 'n venne a farsi peregrin del mondo,
or che di novo il Re del Ciel gli ha detto
che prenda in sé de la difesa il pondo,
ne l'alta rocca ascende, ove de l'oste
divina tutte son l'arme riposte.

Qui l'asta si conserva onde il serpente
percosso giacque, e i gran fulminei strali,
e quegli ch'invisibili a la gente
portan l'orride pesti e gli altri mali;
e qui sospeso è in alto il gran tridente,
primo terror de' miseri mortali
quando egli avien che i fondamenti scota
de l'ampia terra, e le città percota.

Si vedea fiammeggiar fra gli altri arnesi
scudo di lucidissimo diamante
grande che può coprir genti e paesi
quanti ve n'ha fra il Caucaso e l'Atlante;
e sogliono da questo esser difesi
principi giusti e città caste e sante.
Questo l'angelo prende, e vien con esso
occultamente al suo Raimondo appresso.

Piene intanto le mura eran già tutte
di varia turba, e 'l barbaro tiranno
manda Clorinda e molte genti instrutte,
che ferme a mezzo il colle oltre non vanno.
Da l'altro lato in ordine ridutte
alcune schiere di cristiani stanno,
e largamente a' duo campioni il campo
vòto riman fra l'uno e l'altro campo.

Mirava Argante, e non vedea Tancredi,
ma d'ignoto campion sembianze nove.
Fecesi il conte inanzi, e: - Quel che chiedi,
è - disse a lui - per tua ventura altrove.
Non superbir però, ché me qui vedi
apparecchiato a riprovar tue prove,
ch'io di lui posso sostener la vice
o venir come terzo a me qui lice. -

Ne sorride il superbo, e gli risponde:
- Che fa dunque Tancredi? e dove stassi?
Minaccia il ciel con l'arme, e poi s'asconde
fidando sol ne' suoi fugaci passi;
ma fugga pur nel centro e 'n mezzo l'onde,
ché non fia loco ove securo il lassi. -
- Menti - replica l'altro - a dir ch'uom tale
fugga da te, ch'assai di te più vale. -

Freme il circasso irato, e dice: - Or prendi
del campo tu, ch'in vece sua t'accetto;
e tosto e' si parrà come difendi
l'alta follia del temerario detto. -
Così mossero in giostra, e i colpi orrendi
parimente drizzaro ambi a l'elmetto;
e 'l buon Raimondo ove mirò scontrollo,
né dar gli fece ne l'arcion pur crollo.

Da l'altra parte il fero Argante corse
(fallo insolito a lui) l'arringo in vano,
ché 'l difensor celeste il colpo torse
dal custodito cavalier cristiano.
Le labra il crudo per furor si morse,
e ruppe l'asta bestemmiando al piano.
Poi tragge il ferro, e va contra Raimondo
impetuoso al paragon secondo.


(Canto VII, ott. 73-87)


4. Tancredi dà il battesimo a Clorinda morente


Fonte

Tancredi ha appena ferito a morte un nemico (avendo Clorinda deciso di non utilizzare la consueta armatura, il cavaliere cristiano non l'ha riconosciuta). Il moribondo gli chiede di essere battezzato. Nel momento in cui l'eroe scopre la testa per versare l'acqua di un vicino "picciol rio", che ha raccolto nel suo elmo, riconosce la donna amata. Deve far forza su stesso e concludere il "grande ufficio e pio".

Finoglio opera delle scelte abbastanza originali rispetto alla tradizionale rappresentazione dell'episodio (se ne vedano alcune nel post precedente, oppure l'archivio fotografico della Fondazione Zeri, i cui link sono segnalati nel citato "articolo"): Clorinda appare armata di tutto punto e solo il capo, coi bellissimi capelli, risulta scoperto; Tancredi si piega verso una fonte e coll'elmo raccoglie l'acqua con cui battezzare la donna, adempiendo così alla sua richiesta. Sullo sfondo infuria la battaglia. Il pittore, anticipando la terribile scoperta rispetto alla fonte letteraria, mostra il volto scoperto della donna. In caso contrario, gli spettatori non avrebbero potuto decifrare l'episodio.



Segue egli la vittoria, e la trafitta
vergine minacciando incalza e preme.
Ella, mentre cadea, la voce afflitta
movendo, disse le parole estreme;
parole ch'a lei novo un spirto ditta,
spirto di fé, di carità, di speme:
virtù ch'or Dio le infonde, e se rubella
in vita fu, la vuole in morte ancella.

- Amico, hai vinto: io ti perdon... perdona
tu ancora, al corpo no, che nulla pave,
a l'alma sì; deh! per lei prega, e dona
battesmo a me ch'ogni mia colpa lave. -
In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave
ch'al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza,
e gli occhi a lagrimar gli invoglia e sforza.

Poco quindi lontan nel sen del monte
scaturia mormorando un picciol rio.
Egli v'accorse e l'elmo empié nel fonte,
e tornò mesto al grande ufficio e pio.
Tremar sentì la man, mentre la fronte
non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
La vide, la conobbe, e restò senza
e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!

Non morì già, ché sue virtuti accolse
tutte in quel punto e in guardia al cor le mise,
e premendo il suo affanno a dar si volse
vita con l'acqua a chi co 'l ferro uccise.
Mentre egli il suon de' sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutossi, e rise;
e in atto di morir lieto e vivace,
dir parea: «S'apre il cielo; io vado in pace.»

D'un bel pallore ha il bianco volto asperso,
come a' gigli sarian miste viole,
e gli occhi al cielo affisa, e in lei converso
sembra per la pietate il cielo e 'l sole;
e la man nuda e fredda alzando verso
il cavaliero in vece di parole
gli dà pegno di pace. In questa forma
passa la bella donna, e par che dorma.


(Canto XII, ott. 65-69)


5. Rinaldo e Armida nel giardino incantato


Fonte


Si veda l'inizio del post.


6. Carlo e Ubaldo richiamano Rinaldo al dovere / Rinaldo dinanzi allo scudo del mago di Ascalona


Fonte


La tela prosegue la narrazione delle vicende di Armida e Rinaldo, mostrando il momento in cui Carlo e Ubaldo, usciti allo scoperto, richiamano il compagno d'armi al suo dovere. Ubaldo  tiene in mano lo scudo con cui mostra all'amico il suo attuale stato e la trasformazione operata da Alcina. Il secondo cavaliere indica il cielo, alludendo così al fatto che Rinaldo si è allontanato dal suo dovere di crociato.

A dire il vero, per quanto riguarda l'abbigliamento, non vi è una grande differenza tra i tre, a parte il fatto che Rinaldo non porta in testa l'elmo. Finoglio, forse per evidenziare la continuità degli episodi della sequenza, ha messo in secondo piano e non ha sfruttato un elemento su cui invece il poeta insiste: la "femminilizzazione" del ragazzo, causato dalle arti magiche e seduttive di Armida.


Fine alfin posto al vagheggiar, richiede
a lui commiato, e 'l bacia e si diparte.
Ella per uso il dì n'esce e rivede
gli affari suoi, le sue magiche carte.
Egli riman, ch'a lui non si concede
por orma o trar momento in altra parte,
e tra le fère spazia e tra le piante,
se non quanto è con lei, romito amante.

Ma quando l'ombra co i silenzi amici
rappella a i furti lor gli amanti accorti
traggono le notturne ore felici
sotto un tetto medesmo entro a quegli orti.
Ma poi che vòlta a più severi uffici
lasciò Armida il giardino e i suoi diporti,
i duo, che tra i cespugli eran celati,
scoprìrsi a lui pomposamente armati.

Qual feroce destrier ch'al faticoso
onor de l'arme vincitor sia tolto,
e lascivo marito in vil riposo
fra gli armenti e ne' paschi erri disciolto,
se 'l desta o suon di tromba o luminoso
acciar, colà tosto annitrendo è vòlto,
già già brama l'arringo e, l'uom su 'l dorso
portando, urtato riurtar nel corso;

tal si fece il garzon, quando repente
de l'arme il lampo gli occhi suoi percosse.
Quel sì guerrier, quel sì feroce ardente
suo spirto a quel fulgor tutto si scosse,
benché tra gli agi morbidi languente,
e tra i piaceri ebro e sopito ei fosse.
Intanto Ubaldo oltra ne viene, e 'l terso
adamantino scudo ha in lui converso.

Egli al lucido scudo il guardo gira,
onde si specchia in lui qual siasi e quanto
con delicato culto adorno; spira
tutto odori e lascivie il crine e 'l manto,
e 'l ferro, il ferro aver, non ch'altro, mira
dal troppo lusso effeminato a canto:
guernito è sì ch'inutile ornamento
sembra, non militar fero instrumento.

Qual uom da cupo e grave sonno oppresso
dopo vaneggiar lungo in sé riviene,
tal ei tornò nel rimirar se stesso,
ma se stesso mirar già non sostiene;
giù cade il guardo, e timido e dimesso,
guardando a terra, la vergogna il tiene.
Si chiuderebbe e sotto il mare e dentro
il foco per celarsi, e giù nel centro.

Ubaldo incominciò parlando allora:
- Va l'Asia tutta e va l'Europa in guerra:
chiunque e pregio brama e Cristo adora
travaglia in arme or ne la siria terra.
Te solo, o figlio di Bertoldo, fuora
del mondo, in ozio, un breve angolo serra;
te sol de l'universo il moto nulla
move, egregio campion d'una fanciulla.

Qual sonno o qual letargo ha sì sopita
la tua virtute? o qual viltà l'alletta?
Su su; te il campo e te Goffredo invita,
te la fortuna e la vittoria aspetta.
Vieni, o fatal guerriero, e sia fornita
la ben comincia impresa; e l'empia setta,
che già crollasti, a terra estinta cada
sotto l'inevitabile tua spada. -

Tacque, e 'l nobil garzon restò per poco
spazio confuso e senza moto e voce.
Ma poi che diè vergogna a sdegno loco,
sdegno guerrier de la ragion feroce,
e ch'al rossor del volto un novo foco
successe, che più avampa e che più coce,
squarciossi i vani fregi e quelle indegne
pompe, di servitù misera insegne;

ed affrettò il partire, e de la torta
confusione uscì del labirinto.

(Canto XVI, ott. 26 - ott. 35, v. 2)


7. Armida cerca di trattenere Rinaldo


Fonte


Armida, che aveva momentaneamente lasciato solo Rinaldo, si accorge che il giovane sta fuggendo insieme ai due compagni d'arme. Lo raggiunge e lo implora inutilmente di non abbandonarla.

Il pittore ha reso in modo molto efficace la scena: sembra che Rinaldo sia quasi sospinto dai compagni, che lo circondano e quasi trattengono dal tornare sui suoi passi. La maga veste un bellissimo manto che acuisce l'effetto del movimento indotto dalla fuga e dalla inutile rincorsa della donna. Sicuramente Finoglio ha voluto rendere un verso del poema: "Corre, e non ha d'onor cura o ritegno." (ott. 38, v. 1)

Ovviamente non poteva essere trasferito sulla tela il lungo e bellissimo discorso con cui Armida tenta di trattenere Rinaldo; né la sua risposta; né infine le parole con cui la donna reagisce  (tutto il dialogo occupa un'ampia sezione del canto XVI, dall'ott. 43 all'ott. 60, di cui consigliamo la lettura).


Intanto Armida de la regal porta
mirò giacere il fier custode estinto.
Sospettò prima, e si fu poscia accorta
ch'era il suo caro al dipartirsi accinto;
e 'l vide (ahi fera vista!) al dolce albergo
dar, frettoloso, fuggitivo il tergo.

Volea gridar: «Dove, o crudel, me sola
lasci?», ma il varco al suon chiuse il dolore,
sì che tornò la flebile parola
più amara indietro a rimbombar su 'l core.
Misera! i suoi diletti ora le invola
forza e saper, del suo saper maggiore.
Ella se 'l vede, e invan pur s'argomenta
di ritenerlo e l'arti sue ritenta.

Quante mormorò mai profane note
tessala maga con la bocca immonda,
ciò ch'arrestar può le celesti rote
e l'ombre trar de la prigion profonda,
sapea ben tutte; e pur oprar non pote
ch'almen l'inferno al suo parlar risponda.
Lascia gli incanti, e vuol provar se vaga
e supplice beltà sia miglior maga.

Corre, e non ha d'onor cura o ritegno.
Ahi! dove or sono i suoi trionfi e i vanti?
Costei d'Amor, quanto egli è grande, il regno
volse e rivolse sol co 'l cenno inanti,
e così pari al fasto ebbe lo sdegno,
ch'amò d'essere amata, odiò gli amanti;
sé gradì sola, e fuor di sé in altrui
sol qualche effetto de' begli occhi sui.

Or negletta e schernita in abbandono
rimasa, segue pur chi fugge e sprezza;
e procura adornar co' pianti il dono
rifiutato per sé di sua bellezza.
Vassene, ed al piè tenero non sono
quel gelo intoppo e quella alpina asprezza;
e invia per messaggieri inanzi i gridi,
né giunge lui pria ch'ei sia giunto a i lidi.

Forsennata gridava: - O tu che porte
parte teco di me, parte ne lassi,
o prendi l'una o rendi l'altra, o morte
dà insieme ad ambe: arresta, arresta i passi,
sol che ti sian le voci ultime porte;
non dico i baci, altra più degna avrassi
quelli da te. Che temi, empio, se resti?
Potrai negar, poi che fuggir potesti. -

Dissegli Ubaldo allor: - Già non conviene
che d'aspettar costei, signor, ricusi;
di beltà armata e de' suoi preghi or viene,
dolcemente nel pianto amaro infusi.
Qual più forte di te, se le sirene
vedendo ed ascoltando a vincer t'usi?
così ragion pacifica reina
de' sensi fassi, e se medesma affina. -

Allor ristette il cavaliero, ed ella
sovragiunse anelante e lagrimosa:
dolente sì che nulla più, ma bella
altrettanto però quanto dogliosa.
Lui guarda e in lui s'affisa, e non favella,
o che sdegna o che pensa o che non osa.
Ei lei non mira; e se pur mira, il guardo
furtivo volge e vergognoso e tardo.

(Canto XVI, 35,3-42)


8. Rinaldo abbandona l'isola incantata


Fonte


Armida non riesce a fermare Rinaldo, che lascia l'isola e l'amata.

Nel dipinto di Finoglio, Rinaldo si trova ormai sulla barca con cui sta abbandonando l'isola. Un giovane in primo piano sospinge l'imbarcazione e un altro marinaio, in equilibrio un po' precario, la fa avanzare velocemente aiutandosi con un grande remo. Armida è ormai lontana, sola e abbandonata.

Vito L'Abbate, curatore dei testi del sito della cooperativa "Armida", interpreta il grosso remo che taglia diagonalmente la composizione come "la visualizzazione della cesura tra un passato (Armida) favoloso ed ormai lontano, ed un presente che inchioda dolorosamente l'uomo alle proprie responsabilità" (Fonte). Finoglio avrebbe così colto appieno il significato dell'episodio tassesco.


Or qui mancò lo spirto a la dolente,
né quest'ultimo suono espresse intero;
e cadde tramortita e si diffuse
di gelato sudore, e i lumi chiuse.

Chiudesti i lumi, Armida; il Cielo avaro
invidiò il conforto a i tuoi martìri.
Apri, misera, gli occhi; il pianto amaro
ne gli occhi al tuo nemico or ché non miri?
Oh s'udir tu 'l potessi, oh come caro
t'addolcirebbe il suon de' suoi sospiri!
Dà quanto ei pote, e prende (e tu no 'l credi!)
pietoso in vista gli ultimi congedi.

Or che farà? dée su l'ignuda arena
costei lasciar così tra viva e morta?
Cortesia lo ritien, pietà l'affrena,
dura necessità seco ne 'l porta.
Parte, e di lievi zefiri è ripiena
la chioma di colei che gli fa scorta.
Vola per l'alto mar l'aurata vela:
ei guarda il lido, e 'l lido ecco si cela.

Poi ch'ella in sé tornò, deserto e muto
quanto mirar poté d'intorno scorse.
- Ito se n'è pur, - disse - ed ha potuto
me qui lasciar de la mia vita in forse?
Né un momento indugiò, né un breve aiuto
nel caso estremo il traditor mi porse?
Ed io pur ancor l'amo, e in questo lido
invendicata ancor piango e m'assido?

Che fa più meco il pianto? altr'arme, altr'arte
io non ho dunque? Ahi! seguirò pur l'empio,
né l'abisso per lui riposta parte,
né il ciel sarà per lui securo tempio.
Già 'l giungo, e 'l prendo, e 'l cor gli svello, e sparte
le membra appendo, a i dispietati essempio.
Mastro è di ferità? vuo' superarlo
ne l'arti sue... Ma dove son? che parlo?

Misera Armida, allor dovevi, e degno
ben era, in quel crudele incrudelire
che tu prigion l'avesti; or tardo sdegno
t'infiamma, e movi neghittosa a l'ire.
Pur se beltà può nulla o scaltro ingegno,
non fia vòto d'effetto il mio desire.
O mia sprezzata forma, a te s'aspetta
(ché tua l'ingiuria fu) l'alta vendetta.

Questa bellezza mia sarà mercede
del troncator de l'essecrabil testa.
O miei famosi amanti, ecco si chiede
difficil sì da voi ma impresa onesta.
Io che sarò d'ampie ricchezze erede,
d'una vendetta in guiderdon son presta.
S'esser compra a tal prezzo indegna sono,
beltà, sei di natura inutil dono.

Dono infelice, io ti rifiuto; e insieme
odio l'esser reina e l'esser viva,
e l'esser nata mai; sol fa la speme
de la dolce vendetta ancor ch'io viva. -
Così in voci interrotte irata freme
e torce il piè da la deserta riva,
mostrando ben quanto ha furor raccolto,
sparsa il crin, bieca gli occhi, accesa il volto.

(Canto XVI, 60,5-67)


9. Erminia ritrova Tancredi ferito


Fonte


Non poteva mancare, in un ciclo così imponente sulla Gerusalemme liberata, un cenno all'altra famosa eroina del poema: Erminia. Finoglio ha deciso, come molti altri pittori, di rappresentare il momento in cui la donna, in compagnia di Vafrino, ritrova l'amato Tancredi, ferito gravemente.

L'antefatto dell'episodio è narrato nella prima parte del canto XIX: un feroce duello ha contrapposto Argante e Tancredi (ott. 1-28): il primo è morto; il secondo sviene subito dopo, ma chi li guardasse non sarebbe capace di distinguere il vincitore dal vinto.

Più oltre, a partire dall'ott. 77, si parla di Vafrino, un cristiano che era stato al servizio di Tancredi e che ora, travestito da musulmano, cerca di raccogliere informazioni utili. Erminia lo riconosce, lo rassicura che non lo tradirà e lo nomina suo campione. Gli svela addirittura i dettagli di una congiura contro Goffredo; gli racconta del suo amore per Tancredi, di come avesse vissuto quando aveva da lui ottenuto la libertà, e del periodo trascorso tra i pastori. Mentre attraversano i luoghi in cui si è combattuto, si imbattono in Tancredi. Grazie alle sue conoscenze, Erminia sarà in grado di salvarlo.

Finoglio descrive proprio il momento in cui Vafrino riconosce Tancredi tra i corpi dei combattenti; all'udire il nome dell'amato, Erminia si precipita verso di lui. Sono alcuni versi delle ottave 103-104, che abbiamo riportato sotto l'immagine e qui di seguito.


Il più usato sentier lasciò Vafrino,
calle cercando o più securo o corto.
Giunsero in loco a la città vicino
quando è il sol ne l'occaso e imbruna l'orto,
e trovaron di sangue atro il camino;
e poi vider nel sangue un guerrier morto
che le vie tutte ingombra, e la gran faccia
tien volta al cielo e morto anco minaccia.

L'uso de l'arme e 'l portamento estrano
pagan mostràrlo, e lo scudier trascorse;
un altro alquanto ne giacea lontano
che tosto a gli occhi di Vafrino occorse.
Egli disse fra sé: «Questi è cristiano.»
Più il mise poscia il vestir bruno in forse.
Salta di sella e gli discopre il viso,
ed: - Oimè, - grida - è qui Tancredi ucciso. -

A riguardar sovra il guerrier feroce
la male aventurosa era fermata,
quando dal suon de la dolente voce
per lo mezzo del cor fu saettata.
Al nome di Tancredi ella veloce
accorse in guisa d'ebra e forsennata.
Vista la faccia scolorita e bella,
non scese no, precipitò di sella;

e in lui versò d'inessicabil vena
lacrime e voce di sospiri mista:
- In che misero punto or qui mi mena
fortuna? a che veduta amara e trista?
Dopo gran tempo i' ti ritrovo a pena,
Tancredi, e ti riveggio e non son vista:
vista non son da te benché presente,
e trovando ti perdo eternamente.

Misera! non credea ch'a gli occhi miei
potessi in alcun tempo esser noioso.
Or cieca farmi volentier torrei
per non vederti, e riguardar non oso.
Oimè, de' lumi già sì dolci e rei
ov'è la fiamma? ov'è il bel raggio ascoso?
de le fiorite guancie il bel vermiglio
ov'è fuggito? ov'è il seren del ciglio?

Ma che? squallido e scuro anco mi piaci.
Anima bella, se quinci entro gire,
s'odi il mio pianto, a le mie voglie audaci
perdona il furto e 'l temerario ardire:
da le pallide labra i freddi baci,
che più caldi sperai, vuo' pur rapire;
parte torrò di sue ragioni a morte,
baciando queste labra essangui e smorte.

Pietosa bocca che solevi in vita
consolar il mio duol di tue parole,
lecito sia ch'anzi la mia partita
d'alcun tuo caro bacio io mi console;
e forse allor, s'era a cercarlo ardita
quel davi tu ch'ora conven ch'invole.
Lecito sia ch'ora ti stringa e poi
versi lo spirto mio fra i labri tuoi.

Raccogli tu l'anima mia seguace,
drizzala tu dove la tua se 'n gio. -
Così parla gemendo, e si disface
quasi per gli occhi, e par conversa in rio.
Rivenne quegli a quell'umor vivace
e le languide labra alquanto aprio:
aprì le labra e con le luci chiuse
un suo sospir con que' di lei confuse.

Sente la donna il cavalier che geme,
e forza è pur che si conforti alquanto:
- Apri gli occhi, Tancredi, a queste estreme
essequie - grida - ch'io ti fo co 'l pianto;
riguarda me che vuo' venirne insieme
la lunga strada e vuo' morirti a canto.
Riguarda me, non te 'n fuggir sì presto:
l'ultimo don ch'io ti dimando è questo. -

Apre Tancredi gli occhi e poi gli abbassa
torbidi e gravi, ed ella pur si lagna.
Dice Vafrino a lei: - Questi non passa:
curisi adunque prima, e poi si piagna. -
Egli il disarma, ella tremante e lassa
porge la mano a l'opere compagna,
mira e tratta le piaghe e, di ferute
giudice esperta, spera indi salute.

Vede che 'l mal da la stanchezza nasce
e da gli umori in troppa copia sparti.
Ma non ha fuor ch'un velo onde gli fasce
le sue ferite, in sì solinghe parti.
Amor le trova inusitate fasce,
e di pietà le insegna insolite arti:
l'asciugò con le chiome e rilegolle
pur con le chiome che troncar si volle,

però che 'l velo suo bastar non pote
breve e sottile a le sì spesse piaghe.
Dittamo e croco non avea, ma note
per uso tal sapea potenti e maghe.
Già il mortifero sonno ei da sé scote,
già può le luci alzar mobili e vaghe.
Vede il suo servo, e la pietosa donna
sopra si mira in peregrina gonna.

Chiede: - O Vafrin, qui come giungi e quando?
E tu chi sei, medica mia pietosa? -
Ella, fra lieta e dubbia sospirando,
tinse il bel volto di color di rosa:
- Saprai - rispose - il tutto, or (te 'l comando
come medica tua) taci e riposa.
Salute avrai, prepara il guiderdone. -
Ed al suo capo il grembo indi suppone.


(Canto XIX, 102-114)


10. Rinaldo fa strage di nemici


Fonte


Siamo al canto XX, l'ultimo della Gerusalemme liberata. Rinaldo, ormai tornato pienamente padrone di se stesso, sferra contro i nemici tutta la sua forza. La descrizione delle sue gesta occupa un gran numero di ottave. Ne citiamo solo due.


Gli Arabi allora, e gli Etiòpi e i Mori,
che l'estremo tenean del lato manco,
giansi spiegando e distendendo in fòri,
giravan poi de gli inimici al fianco;
ed omai saggittari e frombatori
molestavan da lunge il popol franco,
quando Rinaldo e 'l suo drapel si mosse,
e parve che tremoto e tuono fosse.

Assimiro di Mèroe infra l'adusto
stuol d'Etiopia era il primier de' forti.
Rinaldo il colse ove s'annoda al busto
il nero collo, e 'l fe' cader tra' morti.
Poich'eccitò de la vittoria il gusto
l'appetito del sangue e de le morti
nel fero vincitore, egli fe' cose
incredibili, orrende e monstruose.


(Canto XX, 53-54)

In lontananza vediamo Armida, che assiste impotente alla sconfitta dei suoi seguaci.

---

Diamo un ultimo sguardo d'insieme a questo splendido ciclo nel video di Santa Pizzarotti Selvaggi:




Nessun commento: