martedì 25 agosto 2015

Livio Mehus e Tasso


Nell'ambito della mostra I tesori d'Italia, curata da Vittorio Sgarbi e allestita presso Expo Milano 2015, è possibile ammirare un quadro di Livio Mehus, appartenente alla Collezione Giovanni Pratesi.




Il cartellino che accompagna il dipinto lo qualifica genericamente come Scena di soggetto mitologico.




Azzardiamo un'ipotesi: il soggetto potrebbe essere La morte di Clorinda, Tancredi e Clorinda ferita a morte, Il battesimo di Clorinda?

La tela potrebbe rappresentare infatti un famoso episodio della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, illustrato nel canto XII: l'eroe cristiano Tancredi, innamorato della pagana Clorinda, uccide per sbaglio la donna amata, non avendola riconosciuta e avendola scambiata per un nemico. In punto di morte Clorinda chiede a Tancredi di essere battezzata dato che, appena prima della battaglia, ha saputo dall'anziano eunuco Arsete che sua madre, affidandola a lui, gli aveva imposto di battezzare la figlia; incarico a cui l'uomo, pagano, non aveva poi provveduto. Clorinda era stata pertanto educata come musulmana. Tancredi, che riconosce l'amata solo dopo averle tolto l'elmo, deve farsi forza per adempiere il pietoso compito (Si tratta, come noto, di un esempio del rispetto dei dogmi ecclesiastici all'interno di un'opera letteraria, conformemente ai dettami della Controriforma e alla particolare preoccupazione dello scrittore di evitare incongruenze teologiche: il battesimo può essere somministrato da chiunque in caso di emergenza, e non perde validità per il fatto che a impartire il sacramento non sia un sacerdote ma un laico). Tancredi si presenta dunque come un personaggio del tutto "sdoppiato" (e le sue "contraddizioni" tanto piacquero ai Romantici): è un eroe cristiano che ama una pagana; dà la morte alla donna amata ma al tempo stesso le garantisce la vita eterna.

Il pittore, ponendo il personaggio maschile in primo piano e al centro della tela, ha colto esattamente -e voluto trasmettere allo spettatore- questa duplicità, mostrando sul volto del cavaliere i contraddittori sentimenti di pentimento e di richiesta di perdono per un'azione che resta comunque un assassinio, ma anche di fiducia nella benevolenza divina, che saprà "comprendere" il gesto (Uccidendo un nemico e combattendo per la fede cristiana, Tancredi non sta violando il quinto comandamento) e soprattutto accoglierà in Paradiso l'anima della donna morta cristianamente e dunque salva.


Particolare: Tancredi rivolge lo sguardo al cielo


A fianco dell'eroe un paggio sostiene la preziosa brocca con cui Tancredi ha battezzato Clorinda in punto di morte, garantendole così un posto in Paradiso. Più realisticamente, il testo letterario narra che lo stesso Tancredi si sia recato presso le vicine sponde di un "picciol rio" per raccogliere l'acqua necessaria al battesimo, e che abbia utilizzato il proprio elmo come contenitore. Ma sappiamo che ogni trasposizione comporta l'interpretazione personalissima di chi la pratica. Il prezioso vaso potrebbe aver sostituito il più realistico e fedele al testo "elmo" dell'eroe.


Particolare: un paggio pone a Tancredi l'anfora con l'acqua con cui poter battezzare Clorinda


Il gesto delle braccia del cavaliere evidenzia la profonda ambiguità del personaggio e di tutto l'episodio: con la mano destra ha procurato la morte e con la sinistra indica lo strumento che ha dato poi "la vita eterna".

Questa ambiguità è uno dei caratteri tipici del poema. Ed è la stessa Clorinda a sottolinearla quando appare in sogno, ormai trasfigurata, a un Tancredi che non riesce altrimenti a darsi pace:


Ed ecco in sogno di stellata veste
cinta gli appar la sospirata amica:
bella assai più, ma lo splendor celeste
orna e non toglie la notizia antica;
e con dolce atto di pietà le meste
luci par che gli asciughi, e così dica:
«Mira come son bella e come lieta,
fedel mio caro, e in me tuo duolo acqueta.

Tale i' son, tua mercé: tu me da i vivi
del mortal mondo, per error, togliesti;
tu in grembo a Dio fra gli immortali e divi,
per pietà, di salir degna mi fèsti.
Quivi io beata amando godo, e quivi
spero che per te loco anco s'appresti,
ove al gran Sole e ne l'eterno die
vagheggiarai le sue bellezze e mie.

(Canto XII, ottave 91-92)


Un secondo elemento (oltre alla brocca) che potrebbe far sorgere un dubbio sulla presente interpretazione e una legittima obiezione è costituito dal fatto che Clorinda dovrebbe apparire vestita dell'armatura grazie alla quale l'amante non l'ha riconosciuta. Qualora gli fosse apparsa in abiti femminili, o qualora il suo volto non fosse stato celato dall'elmo, Tancredi non l'avrebbe certo ferita a morte (in un duello precedente, narrato al Canto III, ottave 21-31, non appena il cavaliere riconosce la donna amata, sospende il combattimento)!


Particolare: Clorinda ferita a morte


Tuttavia, una consultazione di altri dipinti analoghi, senza ombra di dubbio qualificabili come Tancredi battezza Clorinda per la presenza a fianco della moribonda di un elmo o di un altro elemento tipicamente militare (che la qualifica come guerriera) e per la presenza di un elmo pieno d'acqua che "un" cavaliere versa sulla testa di "una" donna morente (battezzandola), induce comunque a pensare che la nostra interpretazione possa essere valida: anche altri pittori hanno rappresentato Clorinda in abiti femminili, piuttosto che vestita di una "maschile" armatura.

Una maggiore fedeltà al testo letterario da parte del pittore avrebbe forse comportato una maggiore "facilità" dello spettatore a cogliere il soggetto rappresentato nella tela. Mehus ha voluto concentrare l'attenzione sul dramma dell'uomo piuttosto che su quello della donna.

C'è infine lo squarcio nel cielo, a cui il cavaliere rivolge lo sguardo: una allusione alla divinità a cui si chiede perdono per la propria azione o l'accoglienza benevola dell'anima della defunta. Altri pittori, forzando anch'essi il testo letterario (come la preziosa brocca, voglio intendere), tra le nuvole hanno posto un'immagine di Maria (si veda, sotto, l'es. 3).

Mehus sembrerebbe aver voluto rappresentare non tanto il battesimo quanto il momento immediatamente seguente; Clorinda è ormai morta e a Tancredi non resta che il dramma umano e cristiano di far fronte alle conseguenze delle sue azioni.

Ecco una selezione di opere, tratta dall'archivio della Fondazione Zeri; per una più ampia galleria, si rinva al sito della Fondazione (p. 1/2 e 2/2).

1. Anonimo secolo XVII, Tancredi battezza Clorinda (Fototeka Narodne Galerije Ljublijana). Si notino l'elmo con cui viene impartito il battesimo e l'armatura di Clorinda, ma anche il cielo nuvoloso e la presenza di un cavallo, due elementi che compaiono anche nel quadro di  Mehus. Si noti che dietro la coppia è spesso dipinto un albero o un arbusto, allusione al fatto che il duello tra i due si era svolto in un luogo appartato rispetto al campo di battaglia.


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2. Sisto Badalocchio, Clorinda muore tra le braccia di Tancredi. Come sopra.



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3. Anonimo secolo XVII, Tancredi battezza Clorinda. Si noti la presenza di Maria. Come in Mehus, Tancredi indossa il proprio elmo.


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4. Anonimo sec. XVII, Tancredi battezza Clorinda. Si notino la postura e l'abbigliamento della donna, molto simili a quelli di Mehus. Nonostante l'indubbia qualità dell'opera, è assente il dramma interiore che caratterizza ai nostri occhi l'opera di Mehus.


Fonte


Concludiamo il post con la citazione delle ottave più significative di un canto da leggere comunque per intero:


Segue egli la vittoria, e la trafitta
vergine minacciando incalza e preme.
Ella, mentre cadea, la voce afflitta
movendo, disse le parole estreme;
parole ch'a lei novo un spirto ditta,
spirto di fé, di carità, di speme:
virtù ch'or Dio le infonde, e se rubella
in vita fu, la vuole in morte ancella.

- Amico, hai vinto: io ti perdon... perdona
tu ancora, al corpo no, che nulla pave,
a l'alma sì; deh! per lei prega, e dona
battesmo a me ch'ogni mia colpa lave. -
In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave
ch'al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza,
e gli occhi a lagrimar gli invoglia e sforza.

Poco quindi lontan nel sen del monte
scaturia mormorando un picciol rio.
Egli v'accorse e l'elmo empié nel fonte,
e tornò mesto al grande ufficio e pio.
Tremar sentì la man, mentre la fronte
non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
La vide, la conobbe, e restò senza
e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!

Non morì già, ché sue virtuti accolse
tutte in quel punto e in guardia al cor le mise,
e premendo il suo affanno a dar si volse
vita con l'acqua a chi co 'l ferro uccise.
Mentre egli il suon de' sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutossi, e rise;
e in atto di morir lieto e vivace,
dir parea: «S'apre il cielo; io vado in pace.»

D'un bel pallore ha il bianco volto asperso,
come a' gigli sarian miste viole,
e gli occhi al cielo affisa, e in lei converso
sembra per la pietate il cielo e 'l sole;
e la man nuda e fredda alzando verso
il cavaliero in vece di parole
gli dà pegno di pace. In questa forma
passa la bella donna, e par che dorma.

Come l'alma gentile uscita ei vede,
rallenta quel vigor ch'avea raccolto;
e l'imperio di sé libero cede
al duol già fatto impetuoso e stolto,
ch'al cor si stringe e, chiusa in breve sede
la vita, empie di morte i sensi e 'l volto.
Già simile a l'estinto il vivo langue
al colore, al silenzio, a gli atti, al sangue.

E ben la vita sua sdegnosa e schiva,
spezzando a forza il suo ritegno frale,
la bella anima sciolta al fin seguiva,
che poco inanzi a lei spiegava l'ale;
ma quivi stuol de' Franchi a caso arriva,
cui trae bisogno d'acqua o d'altro tale,
e con la donna il cavalier ne porta,
in sé mal vivo e morto in lei ch'è morta.

(canto XII, ottave 65-71)


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