sabato 30 agosto 2014

Segnalazione: Luca Marenzio e alcuni madrigali su testi di Dante e Petrarca


La puntata di sabato 30 agosto 2014 della bella trasmissione radiofonica Lezioni di musica è stata dedicata al Nono libro di madrigali di Luca Marenzio (1599).

Giovanni Bietti ha brillantemente presentato tre madrigali:

- Così nel mio parlar voglio esser aspro su testo di Dante (Rime, XLVI)

         Così nel mio parlar voglio esser aspro
Com'è ne li atti questa bella petra,
La quale ognora impetra
Maggior durezza e più natura cruda,
E veste sua persona d'un diaspro
Tal che per lui, o perch'ella s'arretra,
Non esce di faretra
Saetta che già mai la colga ignuda;
Ed ella ancide, e non val ch'om si chiuda
Né si dilunghi da' colpi mortali,
Che, com'avesser ali,
Giungono altrui e spezzan ciascun'arme:
Sì ch'io non so da lei né posso atarme.
         Non trovo scudo ch'ella non mi spezzi
Né loco che dal suo viso m'asconda:
Ché, come fior di fronda,
Così de la mia mente tien la cima.
Cotanto del mio mal par che si prezzi
Quanto legno di mar che non lieva onda;
E 'l peso che m'affonda
è tal che non potrebbe adequar rima.
Ahi angosciosa e dispietata lima
Che sordamente la mia vita scemi,
Perché non ti ritemi
Sì di rodermi il core a scorza a scorza
Com'io di dire altrui chi ti dà forza?
         Che più mi triema il cor qualora io penso
Di lei in parte ov'altri li occhi induca,
Per tema non traluca
Lo mio penser di fuor sì che si scopra,
Ch'io non fo de la morte, che ogni senso
Co li denti d'Amor già mi manduca:
Ciò è che 'l pensier bruca
La lor vertù sì che n'allenta l'opra.
E' m'ha percosso in terra, e stammi sopra
Con quella spada ond'elli ancise Dido,
Amore, a cui io grido
Merzé chiamando, e umilmente il priego:
Ed el d'ogni merzé par messo al niego.
         Egli alza ad ora ad or la mano, e sfida
La debole mia vita, esto perverso,
Che disteso a riverso
Mi tiene in terra d'ogni guizzo stanco:
Allor mi surgon ne la mente strida;
E 'l sangue, ch'è per le vene disperso,
Fuggendo corre verso
Lo cor, che 'l chiama; ond'io rimango bianco.
Elli mi fiede sotto il braccio manco
Sì forte che 'l dolor nel cor rimbalza:
Allor dico: «S'elli alza
Un'altra volta, Morte m'avrà chiuso
Prima che 'l colpo sia disceso giuso».
         Così vedess'io lui fender per mezzo
Lo core a la crudele che 'l mio squatra;
Poi non mi sarebb'atra
La morte, ov'io per sua bellezza corro:
Ché tanto dà nel sol quanto nel rezzo
Questa scherana micidiale e latra.
Omè, perché non latra
Per me, com'io per lei, nel caldo borro?
Ché tosto griderei: «Io vi soccorro»;
E fare'l volentier, sì come quelli
Che nei biondi capelli
Ch'Amor per consumarmi increspa e dora
Metterei mano, e piacere'le allora.
         S'io avessi le belle trecce prese,
Che fatte son per me scudiscio e ferza,
Pigliandole anzi terza,
Con esse passerei vespero e squille:
E non sarei pietoso né cortese,
Anzi farei com'orso quando scherza;
E se Amor me ne sferza,
Io mi vendicherei di più di mille.
Ancor ne li occhi, ond'escon le faville
Che m'infiammano il cor, ch'io porto anciso,
Guarderei presso e fiso,
Per vendicar lo fuggir che mi face;
E poi le renderei con amor pace.
         Canzon, vattene dritto a quella donna
Che m'ha ferito il core e che m'invola
Quello ond'io ho più gola,
E dàlle per lo cor d'una saetta,
Ché bell'onor s'acquista in far vendetta.

Fonte

- Solo e pensoso i più deserti campi su testo di Petrarca (Canzoniere, XXXV)

Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l'arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d'alegrezza spenti
di fuor si legge com'io dentro avampi:

sì ch'io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch'è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so ch'Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co llui.

Fonte

- Crudele, acerba, inesorabil Morte, una stanza tratta dalla canzone Mia benigna fortuna e 'l viver lieto di Petrarca (Canzoniere, CCCXXXII)

Crudel, acerba, inexorabil Morte,
cagion mi dài di mai non esser lieto,
ma di menar tutta mia vita in pianto,
e i giorni oscuri et le dogliose notti.
I mei gravi sospir' non vanno in rime,
e 'l mio duro martir vince ogni stile.

Fonte

La puntata si può scaricare in podcast.


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