giovedì 29 novembre 2012

Cristo si è fermato a Eboli: un episodio del libro e del film a confronto

Leggiamo una pagina dell'opera di Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli:

[...] e un nuovo personaggio entrò nella cucina.
   Era un giovane con dei minuscoli baffetti rossi, che portava un astuccio allungato di pelle marrone. Era mal vestito, aveva le scarpe impolverate, ma aveva il colletto e la cravatta, e portava in capo un curioso berretto alto e tondo, con una visiera di tela cerata, sul tipo di quelli che un tempo avevano gli accademisti, dove sul fondo grigio, spiccavano fiammanti su tutta l'altezza due grandi lettere ritagliate e cucite, di panno vermiglio: «U. E.» - Ufficiale Esattoriale, - mi disse, quando gli chiesi che cosa significassero quell'U. e quell'E. giganteschi. E intanto, posato con riguardo l'astuccio, si sedette al mio tavolo, tirò fuori di tasca un pacchetto di pane e formaggio, ordinò alla vedova un bicchiere di vino, e cominciò a mangiare. Era l'Ufficiale Esattoriale di Stigliano: veniva spesso a Gagliano per i doveri del suo ufficio: oggi aveva fatto tardi e avrebbe dovuto fermarsi a dormire dalla vedova. Aveva lavoro a Gagliano anche per l'indomani. Non parlava volentieri del suo mestiere: invece, con molta soddisfazione, mi mostrò subito il contenuto del suo astuccio. Era un clarinetto. Non se ne separava mai: lo portava sempre con sé nei suoi viaggi alla caccia del denaro dei contadini. Aveva trovato quell'impiego, bisogna pur vivere: ma la sua ambizione era un'altra, era la musica. Non era ancora perfetto, studiava il clarino soltanto da un anno, ma si esercitava continuamente . Sì, poteva darmene un saggio, poiché io, si vedeva, ero un intenditore: ma un pezzo solo, perché voleva ancora uscire a far visita a un suo compare, ed era tardi. Il pane e il formaggio erano finiti, e non c'era altro da mangiare. Il clarinetto soffiava, indeciso e fragile, le note di una canzonetta; i cani l'accompagnavano brontolando.
   Appena il musicista esattore fu uscito, e rimanemmo soli, la vedova si profferse in scuse per essere costretta a darmelo come compagno di stanza. Non si poteva fare diversamente. - Ma è un giovane per bene: è pulito; non è un contadino -. L'assicurai che mi sarei adattato volentieri alla sua compagnia. Ero ormai avvezzo a questi casuali compagni di una notte. [...]
   Intanto era arrivato il mio compagno, aveva attaccato il berretto ad un chiodo, in faccia al mio letto, posato l'astuccio del clarinetto sul canterano, e si era spogliato. Gli chiesi come andava il suo lavoro, qui a Gagliano. - Male, - mi disse. - Oggi sono venuto per fare dei pignoramenti. Le tasse non le pagano. Si viene a pignorare, e non si trova nulla. Sono stato in tre case: mobili non ne hanno: non c'è che il letto, e quello non si può prendere. Dovrò accontentarmi di una capra e di qualche piccione. Non c'è neppure da pagare le spese della trasferta. Domattina devo andare da due altri: speriamo mi vada meglio. Ma è una miseria: i contadini non vogliono pagare. Sono quasi tutti proprietari, qui a Gagliano: hanno tutti il loro piccolo pezzo di terra, magari lontano dal paese, a due o tre ore di strada; e certe volte, sì, è terra cattiva, e rende poco. Le tasse sono forti, per dire la verità: ma questo non mi riguarda: non siamo noi che le mettiamo: noi dobbiamo soltanto farle pagare. E lei sa come sono i contadini: per loro tutte le annate sono cattive. Sono pieni di debiti, hanno la malaria, non hanno da mangiare. Ma staremmo freschi se dovessimo dar retta a loro: noi dobbiamo fare il nostro dovere. Non pagano, e dobbiamo accontentarci di portar via quel poco che si trova, roba che non val nulla. Certe volte ho dovuto fare il viaggio per qualche bottiglia d'olio e un po' di farina. E ancora ci guardano male, con odio. A Missanello, due anni fa, hanno anche sparato. E' un brutto mestiere. Ma bisogna pur vivere.
   Vedevo che l'argomento lo disgustava, e per confortarlo portai il discorso sulla musica. Sperava di poter scrivere delle canzonette, di vincere qualche concorso, qualche premio: in questo caso avrebbe lasciato l'esattoria. Intanto suonava il clarinetto nella banda di Stigliano. Gli chiesi com'erano le canzoni popolari di queste parti, e se avesse potuto insegnarmene qualcuna, e magari, poiché egli era così abile, trascrivermela. Mi disse se volevo la musica di «Faccetta nera» o di qualche altra canzonetta in voga. No, non era questo, volevo le canzoni dei contadini. Rimase un po' a riflettere, come ad un argomento per lui nuovo, a cui non avesse mai pensato. Scrivermi le note di una canzone avrebbe potuto, cercandole ad una ad una sul clarinetto. Ma non gli veniva fatto di ricordarsi di nessuna canzone cantata dai contadini. A Viggiano cantavano e suonavano. Ma da queste parti, no. C'era forse qualche canto di chiesa, si sarebbe informato. Altro non conosceva. Anch'io avevo notato, a Grassano, la stessa cosa. Né il mattino quando partono per il lavoro, né il meriggio sotto il sole, né la sera, nelle lunghe file nere che tornano, con gli asini e le capre; verso le case sul monte, nessuna voce rompe il silenzio della terra. Soltanto una volta avevo sentito, verso il Basento, il lamento di un flauto di canna, a cui un altro flauto rispondeva dalla collina di faccia: erano due pastori forestieri che andavano col gregge di paese in paese, e si richiamavano di lontano. I contadini non cantano. 
   Il mio compagno non rispondeva più: sentivo il suo respiro regolare e fischiante, nel ronzìo  continuato delle mosche eccitate dal caldo. Un tenue chiarore veniva, attraverso i vetri chiusi, da un cielo pallido per una falce di luna: sul muro, in faccia a me, distinguevo a quel barlume, sul berretto appeso al chiodo, le grandi lettere rosse: «U. E.». Le fissavo nell'oscurità, finché mi si chiusero gli occhi, e mi addormentai."

Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Torino, Einaudi, 1965 [terza edizione], pp. 28-33

Guardiamo una breve sequenza del film omonimo, diretto da Francesco Rosi:



Attività:

Confronta le due versioni ed illustra le differenze.


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