domenica 2 gennaio 2011

Cremona nella grande letteratura: Duecento e Trecento

Nel 2010 la casa editrice Cremonalibri ha dato alle stampe un lavoro di Fulvio Stumpo intitolato Cremona nella grande letteratura.

L'autore, giornalista professionista e appassionato di storia e tradizioni locali, passa in rassegna un cospicuo numero di capolavori della letteratura italiana a vario titolo collegabili a Cremona, contestualizzando le opere analizzate in rapporto alle vicende storiche che ne costituiscono lo sfondo e alla produzione dei rispettivi autori.

Il primo capitolo si occupa di tre scrittori delle Origini: Girardo Patecchio, Uguccione da Lodi [il cognome indica una famiglia cremonese] e Ugo da Perso [da Persico], tutti vissuti nel XIII secolo.

Testi:
I testi dei tre autori, tutti tratti dall'antologia Poeti del Duecento, a cura di Gianfranco Contini, Milano-Napoli, Ricciardi, 1960, sono reperibili online al sito del Progetto Duecento, sez. Poesia didattica del Nord:
Girardo Patecchio, Splanamento de li proverbii de Salamone
Girardo Patecchio, Frotula Noiae Moralis
Uguccione da Lodi, Libro
Ugo di Perso, Noioso, responder m'è enoio
Ugo di Perso, Noioso, da voi no me 'nde toio

Il secondo capitolo è dedicato a Dante.

L'Alighieri cita Cremona e il suo volgare nel De Vulgari Eloquentia.

Il passo più significativo [ma ve ne sono altri documentati da Stumpo] è quello che conclude il primo libro, prima che venga esposta la dottrina relativa all’eloquenza volgare:
"Hoc autem vulgare quod illustre, cardinale, aulicum et curiale ostensum est, dicimus esse illud quod vulgare latium appellatur. Nam sicut quoddam vulgare est invenire quod proprium est Cremone, sic quoddam est invenire quod proprium est Lombardie; et sicut est invenire aliquod quod sit proprium Lombardie, [sic] est invenire aliquod quod sit totius sinistre Ytalie proprium; et sicut omnia hec est invenire, sic et illud quod totius Ytalie est. Et sicut illud cremonense ac illud lombardum et tertium semilatium dicitur, sic istud, quod totius Ytalie est, latium vulgare vocatur. Hoc enim usi sunt doctores illustres qui lingua vulgari poetati sunt in Ytalia, ut Siculi, Apuli, Tusci, Romandioli, Lombardi et utriusque Marchie viri." Liber Primus, 19, 1 [IntraText]
Così è tradotto da Sergio Cecchin [la fonte di riferimento è Opere minori di Dante Alighieri, vol. II, UTET, Torino 1986]:
"Affermiamo poi che questo volgare che abbiamo dimostrato essere illustre, cardinale, regale e curiale, si identifica con quello che viene chiamato volgare italiano. Infatti, come si può trovare un determinato volgare proprio di Cremona, così se ne può trovare uno proprio della Lombardia, e come se ne può trovare uno proprio della Lombardia, così se ne può trovare uno proprio del lato sinistro d’Italia, e come si possono trovare tutti questi volgari, così si può trovare il volgare che è proprio di tutta l’Italia. Pertanto, come il primo di questi riceve il nome di volgare cremonese, il secondo di volgare lombardo, il terzo di volgare di mezza Italia, così questo volgare che appartiene a tutta l’Italia, riceve il nome di volgare italiano. Esso fu usato dagli illustri maestri che in Italia composero poesia in volgare, e cioè da Siciliani, Apuli, Toscani, Romagnoli, Lombardi e scrittori di entrambe le Marche." Libro I, XIX [Classici Italiani]

Dante pone all'Inferno uno dei personaggi cremonesi più noti: Buoso da Dovara, signore della città, reo -ingiustamente secondo alcuni studiosi- di avere tradito per denaro Manfredi, figlio di Federico II. Si trova infatti nell'Antenora, tra i traditori della patria:
El piange qui l'argento de' Franceschi:
"Io vidi", potrai dir, "quel da Duera
là dove i peccatori stanno freschi".
(Inferno, XXXII, 115-117) [Dante Online].

Altri tre personaggi, tutti condannati alle pene dell'Inferno, avrebbero commesso parte dei loro peccati all'ombra del Torrazzo: Federico II, che dal 1236 al 1250 aveva fatto di Cremona la capitale del Nord; Pier delle Vigne, accusato di avere tradito l'imperatore ed arrestato proprio in città nel 1249; ed, infine, Ezzelino da Romano, genero del'imperatore - di cui aveva sposato la figlia Selvaggia - e sepolto a Soncino. Il primo è condannato per eresia [canto X, 118-120]; il secondo perché suicidatosi prima dell'esecuzione a morte [canto XIII; in particolare i vv. 1-78]; il terzo per violenza contro il prossimo [XII, 109-110].

Stumpo collega a Cremona anche un altro personaggio, solitamente associato alla città di Verona: Giulietta Capuleti. Nei versi del Purgatorio "Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, / Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: / color già tristi, e questi con sospetti!" [Purgatorio, VI, 106-108] la seconda famiglia [o fazione] sarebbe cremonese.
Nella principale fonte shakespeariana della vicenda di Giulietta e Romeo, la novella IX della seconda parte del corpus di Matteo Bandello, non vi è traccia di Capuleti e le due famiglie coinvolte sono, rispettivamente, Cappelletti e Montecchi. I Cappelletti -secondo Stumpo- potrebbero essere una famiglia cremonese, trapiantata a Verona a seguito di un bando di esilio.

{Testo della novella, da Tutte le opere di Matteo Bandello, Milano, Mondadori, 1943 [Wikisource]}.

Nelle Epistole Cremona viene nominata in quanto coinvolta nelle lotte tra l'Impero e i liberi Comuni italiani.

Nell'Epistola VII, in particolare, Dante si rivolge all'imperatore Enrico VII di Lussemburgo per convincerlo a lasciar perdere le citta' infedeli del Nord e a rivolgere lo sguardo alla vera causa della crisi italiana: l'odiata Firenze.
" [6]. Tu Mediolani tam vernando quam hiemando moraris et hydram pestiferam per capitum amputationem reris extinguere? Quod si magnalia gloriosi Alcide recensuisses, te ut illum falli cognosceres, cui pestilens animal, capite repullulante multiplici, per damnum crescebat, donec instanter magnanimus vite principium impetivit.
Non etenim ad arbores extirpandas valet ipsa ramorum incisio quin iterum multiplicius virulenter ramificent, quousque radices incolumes fuerint ut prebeant alimentum.
Quid, preses unice mundi, peregisse preconicis cum cervicem Cremone deflexeris contumacis? nonne tunc vel Brixie vel Papie rabies inopina turgescet? Ymo, que cum etiam flagellata resederit, mox alia Vercellis vel Pergami vel alibi returgebit, donec huius scatescentie causa radicalis tollatur, et radice tanti erroris avulsa, cum trunco rami pungitivi arescant.
" leggiamo ai paragrafi 20-22 della versione delle Opere curata nel 1960 da Ermenegildo Pistelli per la Società Dantesca Italiana [Dante Online].
Traduzione: "[6]. Tu resti a Milano passandovi dopo l'inverno la primavera, e credi di uccidere l'idra pestifera con l'amputarle le teste? Che se ricordassi le grandi imprese del glorioso Alcide, capiresti di sbagliare come lui, contro il quale la bestia pestifera, rinascendo le molte teste, per i colpi cresceva, finché quel magnanimo impetuosamente non attaccò la radice stessa della vita.
Per estirpare alberi, infatti, non vale il taglio dei rami, che anzi di nuovo ramificano vigorosamente più numerosi, fin quando siano rimaste indenni le radici che forniscano nutrimento.
Che cosa, o unico Signore del mondo, credi di aver compiuto quando avrai piegato il collo di Cremona ribelle? Forse che allora non si gonfierà inaspettata la rabbia o di Brescia o di Pavia? Anzi, quando questa rabbia anche flagellata sarà abbattuta, subito l'altra di Vercelli o di Bergamo o altrove scoppierà di nuovo, finché non si elimini alla radice la causa di questo tumore purolento e, strappata la radice di così grave errore, i rami pungenti insieme col tronco inaridiscano.
" [stessa fonte: Dante Online]

L'imperatore non ascoltò il consiglio di Dante e, come ben descrive Antonio Campi, ordinò il saccheggio e il pagamento di una cifra esorbitante (Cfr. Cremona fedelissima, Libro terzo, eventi dell'anno MCCCXI [fonte: Internet Archive, che riproduce un'edizione stampata a Milano da Bidelli nel 1645. La prima edizione è del 1582. Anche Google libri ha digitalizzato un esemplare della stessa edizione).

Dopo Dante, Boccaccio. Tra i personaggi del Decameron vi è Guidotto da Cremona, protagonista della Quinta novella della Quinta giornata. Guidotto, venendo a morte, affida all'amico ed ex-compagno d'armi Giacomino da Pavia la figlia adottiva Agnese, una bambina che aveva trovato in una casa abbandonata durante la presa della città di Faenza da parte dell'imperatore Federico, e che il soldato cremonese aveva preso con sè. Agnese troverà poi il padre naturale, Bernabuccio, e scoprirà che uno dei due pretendenti, Giannole, è in realtà suo fratello; potrà quindi sposare l'altro, Minghino.
Le circostanze dell'assalto e alcuni elementi sono storicamente fondati.

Testo della novella V,5 [IntraText]

Fine della prima parte

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