martedì 4 gennaio 2011

Cremona nella grande letteratura: dal Quattrocento all'Ottocento





Continuiamo la carrellata di capolavori della letteratura italiana collegabili a Cremona, seguendo il saggio di Fulvio Stumpo, Cremona nella grande letteratura, pubblicato da CremonaBooks nel 2010.






Dopo Boccaccio è la volta del poema di Matteo Maria Boiardo, Orlando Innamorato.

Tra i personaggi vi è il longobardo Arcimbaldo, conte di Cremona, citato più volte nel Libro II. Figlio di Desiderio, risulta impegnato fino alla morte nella difesa di Monaco [Monico nel testo] dall'attacco di Rodamonte.

Testi online:

Libro II, Canto VI, ott. 36 sgg.;

Libro II, Canto VII, ott. 26 sgg.;

Libro II, Canto XIV, ott. 28-30 [IntraText].



Ludovico Ariosto ambienta a Cremona una delle sue cinque commedie, Il negromante.



Testo online [Intratext].

Un'edizione stampata a Venezia nel 1535 e posseduta dalla Biblioteca Comunale di Blois è consultabile al sito Les Bibliothèques Virtuelles Humanistes.

Google libri presenta invece un'edizione del 1551.



Teofilo Folengo cita parecchie volte Cremona nella sua opera più famosa, il Baldus.

"si mangiare cupis fasolos vade Cremonam" si legge al v. 104 del Libro II del poema in versi maccheronici.

E un paragone con con una caldaia di fagioli cremonesi serve a spiegare la battaglia diabolica in cui combattono i mostri infernali, ai vv. 514-521 del Libro XIX:
"Quale cremonesis plenum caldare fasolis,
quando parecchiatur villanis coena famatis,
seu quale in giorno mortorum grande lavezum,
impletumque fabis, subiecto brontolat igne,
magna fasolorum confusio, magna fabarum
est ibi, dum saltant, tomant, sotosoraque danzant;
tale diabolicum rupto certamen averno
mescolat insemmam bruttissima monstra baratri
".

'Mangiafagioli' erano detti gli abitanti di Cremona.

In un altro punto il poeta cita il Torrazzo per descrivere la fermezza del suo eroe Baldus:
"vocibus innumeris coelum, mare, terra boaxat,
de fundo ad cimam trabaltegat illa taverna,
nec tamen un minimum smarritur barro peluzzum,
tam manet intrepidus cotantam contra canaiam,
quam contra ventos turris famosa Cremonae,
deventatque magis validus spargendo cruorem.
" (Libro XI, vv. -194-199)

Testo online [IntraText]

Pietro Aretino, nella sceva VII del V atto della commedia La cortigiana, fa parlare un personaggio in maniera lusinghiera di un "vescovo di Cremona", che Stumpo identifica con Benedetto Accolti.

Testo online [Wikisource]

Il protagonista della commedia di Angelo Beolco, Il parlamento de Ruzante che iera vegnú de campo, è un reduce veneziano, che torna a casa dalla guerra combattuta proprio a Cremona:

"A cherzo che a he fato pí de sessanta megia al dí. Mo a son vegnú en tri dí da Chermona in qua: poh, no gh'è tanta via come i dise. I dise che da Chermona a Bersa che gh'è quaranta megia; sí... el gh'è un bati! El noghe n'è gnan deseoto. Da Bersa a la Peschiera i dise chtel ghe n'è trenta. Trenta? Cope Fiorín! A no egi ben seesse. Da la Peschiera a chí, che ghe pò esser? A ghe son vegnú in t'un dí. L'è vero ch'ha he caminò tuta la note. Meh sí! falcheto no volè mè tanto com a he caminò mi. A la fé, ch'el me duol ben le gambe, tamentre a no son gnan straco." (Scena prima)

Si tratta, probabilmente, della battaglia di Agnadello.

Testo online [IntraText]
Guarda l'inizio della commedia [video You Tube]


Nelle Novelle di Matteo Maria Bandello Cremona compare varie volte.

Innanzi tutto nella lettera dedicatoria, Il Bandello al reverendo protonotario apostolico messer Giacomo Antiquario (novella XVIII della Terza parte), leggiamo:
Erano la settimana passata nel venerabile monistero di Nostra Donna de le grazie in Milano alcuni gentiluomini con voi, e sotto il lungo pergolato de l’orto con alcuni religiosi d’esso monistero tutti vi andavate onestamente diportando. Ed essendosi detto che una volta frate Michele da Carcano, avendo uno dei suoi frati ingravidata una giovane a Cremona e il popolo entrato in furia, montò in pergamo e fece una bella predicazione, e nel fine, rivolto al popolo, disse: – Cremonesi miei, io sempre v’ho stimati uomini sagaci e di perfetto e saldo giudicio, ma io mi trovo molto ingannato de la mia openione. E che miracolo è questo o cosa insolita, che un uomo ingravidi una donna? non vedete voi che tutto il dí questa cosa avviene? e per simil cosa fate tanti romori? Miracolo sarebbe e cosa da far tumulto se la giovane avesse ingravidato il frate, – e con queste chiacchiere pacificò i cremonesi; – su questo si dissero cose assai de la dissoluta vita di molti religiosi e de la poca cura che vi si mette a corregger i loro pessimi costumi; cosí dei preti secolari come regolari od almeno che deverebbero esser regolari."

Un'intera novella (la XLVI della Terza parte) è ambientata a Crema.

Un'altra lettera dedicatoria, Il Bandello a la gentil signora la signora Ippolita Sanseverina e Vimercata salute (novella LI della Terza parte), cita un fatto accaduto a Crema: "E perché s’era inteso che in Crema una giovane da marito, essendo gravida ed avendo partorito, aveva la creatura suffocata e tratta in un chiassetto, perché non si sapesse il suo fallo, la contessa, che sentí che di questo caso si mormorava, ci promise di tal materia novellare. Onde senza indugio narrò una crudeltá da una madre verso il figliuolo usata, che tutti ci riempí di stupore e meraviglia ed insiememente di compassione, giurando che detta madre ella conosceva."

Infine, all'inizio della novella LII della Terza parte leggiamo: "Nondimeno, veggendo che del caso de la giovane cremasca tutti sète restati stupidi, e varii giudicii su ci sono stati fatti e detto che questi accidenti non ponno se non recare profitto a chi gli ascolta, sentendo lodare il bene e vituperar il male, io pur lo dirò. E se giudicato avete che quella di Crema meritasse tutto il castigo che le sante leggi a tai misfatti dánno, che giudicarete voi che meriti quella de la quale adesso io parlerò, quando la sua sceleraggine e vituperosa vita averete sentita? Quella di Crema potrebbe aver qualche colorata diffesa, perciò che, essendo giovane da marito e da l’amore del suo innamorato accecata, si lasciò ingravidare, e temendo dal padre e fratelli esser ancisa se il suo fallo si sapeva, o mai non trovar marito, si deliberò, a la meglio che poteva, celarsi. E certo il caso è degno di compassione. Ma questa che io narrerò non ebbe cagione alcuna d’incrudelire contra il figliuolo, come udirete. Onde, senza piú circa ciò tenzionare, verrò al fatto".

Nelle sue opere Niccolò Machiavelli parla a più riprese di Cremona, usata come merce di scambio nelle lotte per la dominazione della penisola e come dono di nozze che Bianca Maria Visconti portò in dote al marito Francesco Sforza.

Anche Francesco Guicciardini nella Storia d'Italia cita Cremona e il suo territorio centinaia di volte.

Nella Secchia rapita di Alessandro Tassoni Cremona, guidata da Buoso da Dovara, combatte dalla parte dei modenesi. Come noto, il poema eroicomico mescola dati e personaggi storici ad eventi e figure immaginari, ed opera una dissacrazione delle imprese e dei valori tipici dei poemi cavallereschi: come in Folengo, i cremonesi sono detti 'mangiafagioli' [canto V, ott. LXIII, v. 2] e, nonostante siano addirittura addestrati da Marte ("Marte restò in Italia a preparare / la milizia di Parma e di Cremona" [canto II, ott. LXVI, vv. 1-2]), ad un certo punto Buoso non si comporta certo da eroe:

"anzi, come fu noto a i pellegrini
fregi il Duara e a la pomposa vesta,
l’arroncigliâr con piú di cento uncini
ne le braccia, né fianchi e ne la testa.
- Fate pian, grida Bosio, aiuto, aiuto;
non stracciate, ché ’l saio è di veluto:
fermate i raffi, ch’io mi do per vinto;
non tirate, canaglia maledetta:
che malann’aggia il temerario instinto,
Perugini, ch’avete, e tanta fretta. -
" [canto VII, XXV, 3-XXVI, 4]

[Per altri rimandi, si rinvia alla lettura del testo di Stumpo]

Testo online [Wikisource]

Uno dei più noti personaggi usciti dalla penna di Alessandro Manzoni era originario di Cremona: padre Cristoforo [come abbiamo già documentato in un precedente post, cui rinviamo].

Cremona compare anche nelle due tragedie manzoniane.

Come noto, Francesco Bussone, il conte di Carmagnola da cui il dramma prende il titolo, fu accusato, ingiustamente secondo Manzoni, di avere tradito la Repubblica di Venezia, al cui soldo lavorava come capitano di ventura, a vantaggio del Ducato di Milano. Lo scontro tra milanesi e veneziani si svolse non lontano da Cremona, lungo il fiume Po.

Scrive Manzoni nelle Notizie storiche che precedono gli atti:

"Pochi giorni dopo, Nicola Trevisani, capitano dell’armata veneta sul Po, venne alle prese coi galeoni del Duca. Il Piccinino e lo Sforza, facendo le viste di voler attaccare il Carmagnola, lo rattennero dal venire in aiuto all’armata veneta, e intanto imbarcarono gran parte delle loro genti di terra sulle navi del Duca. Quando il Carmagnola s’avvide dell’inganno, e corse per sostenere i suoi, la battaglia era vicino all’altra riva. L’armata veneta fu sconfitta, e il capitano di essa fuggì in una barchetta.
Gli storici veneti accusano qui il Carmagnola di tradimento. Gli storici che non hanno preso il tristo assunto di giustificare i suoi uccisori, non gli danno altra taccia che d’essersi lasciato ingannare da uno stratagemma. Par certo che la condotta del Trevisani fosse imprudente da principio, e irresoluta nella battaglia. Fu bandito, e gli furono confiscati i beni; «e al capitano generale (Carmagnola), per imputazione di non aver dato favore all’armata, con lettere del Senato fu scritta una lieve riprensione».
Il giorno 18 d’ottobre, il Carmagnola diede ordine al Cavalcabò, uno de’ suoi condottieri, di sorprender Cremona. Questo riuscì ad occuparne una parte; ma essendosi i cittadini levati a stormo, dovette abbandonare l’impresa, e ritornare al campo.
Il Carmagnola non credette a proposito d’andar col grosso dell’esercito a sostenere quest’impresa; e mi par cosa strana che ciò gli sia stato imputato a tradimento dalla Signoria. La resistenza, probabilmente inaspettata, del popolo spiega benissimo perché il generale non si sia ostinato a combattere una città che sperava d’occupare tranquillamente per sorpresa: il tradimento non ispiega nulla; giacché non si sa vedere perché il Carmagnola avrebbe ordinata la spedizione, il cattivo esito della quale non fu d’alcun vantaggio per il nemico.
Ma la Signoria, risoluta, secondo l’espressione del Navagero, di liberarsi del Carmagnola, cercò in qual maniera potesse averlo nelle mani disarmato; e non ne trovò una più pronta né più sicura, che d’invitarlo a Venezia col pretesto di consultarlo sulla pace. Ci andò senza sospetto, e in tutto il viaggio furono fatti onori straordinari a lui, e al Gonzaga che l’accompagnava. Tutti gli storici, anche veneziani, sono d’accordo in questo; pare anzi che raccontino con un sentimento di compiacenza questo procedere, come un bel tratto di ciò che altre volte si chiamava prudenza e virtù politica. Arrivato a Venezia, «gli furono mandati incontro otto gentiluomini, avanti ch’egli smontasse a casa sua, che l’accompagnarono a San Marco». Entrato che fu nel palazzo ducale, si rimandarono le sue genti, dicendo loro che il Conte si fermerebbe a lungo col doge. Fu arrestato nel palazzo, e condotto in prigione. Fu esaminato da una Giunta, alla quale il Navagero dà nome di Collegio secreto; e condannato a morte, fu, il giorno 5 di maggio del 1432, condotto con le sbarre alla bocca tra le due colonne della Piazzetta, e decapitato. La moglie e una figlia del Conte (o due figlie, secondo alcuni) si trovavano allora in Venezia.
"

E all'Atto IV, durante il processo [i due personaggi sono inventati, "ideali": Marino, uno dei Capi del Consiglio dei Dieci; Marco, un Senatore veneziano]:

Marino: "[...] quando il Senato
diede il comando al Carmagnola, a molti
era sospetta la sua fede; ad altri
certa parea: potea parerlo allora.
Ei discioglie i prigioni, insulta i nostri
mandati, i nostri pari; ha vinto, e perde
in perfid’ozio la vittoria. Il velo
cade dal ciglio ai più. Nel suo soccorso
troppo fidando, il Trevisan s’innoltra
nel Po, le navi del nemico affronta;
sopraffatto dal numero, richiede
al Capitan rinforzo, e non l’ottiene.
Freme il Senato; poche voci appena
s’alzano ancor per lui. Cremona è presa,
basta sol ch’ei v’accorra; ei non v’accorre.
" [Atto IV, scena I, vv. 37-51]

Marco: "Io sono amico al Conte:
questa è l’accusa mia; nol nego, io il sono:
e il ciel ringrazio che vigor mi ha dato
di confessarlo qui. Ma se nemico
è della patria? Mi si provi, è il mio.
Che gli si appone? I prigionier disciolti?
Non li disciolse il vincitor soldato?
Ma invan pregato il condottier non volle
frenar questa licenza. Il potea forse?
Ma l’imitò. Non ve lo astrinse un uso,
qual ch’ei sia, della guerra? ed al Senato
vera non parve questa scusa? e largo
d’ogni onor poscia non gli fu? L’aiuto
al Trevisan negato? Era più grave
periglio il darlo; era l’impresa ordita
ignaro il Conte; ei non fu chiesto a tempo.
E la sentenza che a sì turpe esiglio
il Trevisan dannò, tutta la colpa
non rovesciò sovra di lui? Cremona?
Chi di Cremona meditò l’acquisto?
Chi l’ordin dié che si tentasse? Il Conte.
Del popol tutto che a rumor si leva
non può scarso drappel l’inaspettato
impeto sostener; ritorna al campo,
non scemo pur d’un combattente. Al Duce
buon consiglio non parve incontro un novo
impensato nemico avventurarsi;
e abbandonò l’impresa. Ella è, fra tante
sì ben compiute, una fallita impresa;
ma il tradimento ov’è?
" [Atto IV, scena I, vv. 108-137]

Testo online [IntraText]

Nell'Adelchi Manzoni inserisce [inventandolo di sana pianta] il personaggio di Ervigo da Cremona, un duca longobardo che rende omaggio a Carlo, re dei Franchi e futuro imperatore. Rappresenta dunque la fronda interna al re longobardo Desiderio e al figlio Adelchi, i quali tentano invano di opporsi ai nuovi conquistatori. Manzoni avrebbe commesso un errore storico in quanto Cremona non fu mai un ducato longobardo, come Brescia o Bergamo, sebbene soggetta ai "barbari" sin dal 603 d.C.

Testo online [IntraText]

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