domenica 31 ottobre 2010

Storie di un secolo. Il Risorgimento e la nascita dell'Italia contemporanea


In una sezione del sito dell'Accademia di Santa Cecilia è possibile rivedere e riascoltare clip multimediali, podcast, videocast e registrazioni relative alle attività dell'Accademia.

Tra i video vanno segnalate le lezioni Storie di un secolo. Il Risorgimento e la nascita dell'Italia contemporanea, tenute da alcuni dei massimi storici del periodo, che si rivolgono a un pubblico ampio, e non soltanto a specialisti.

Il progetto e' promosso dalla Fondazione Istituto Gramsci, dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e dall'Accademia stessa.

I video sono disponibili anche sul sito del Progetto Risorgimento.

Riportiamo di seguito la sintesi delle undici lezioni.

Prima lezione: Anna Maria Rao, L'avvio del Risorgimento: patrioti ed esuli dal Triennio repubblicano al periodo napoleonico

"Il Triennio repubblicano 1796-1799 e più in generale il periodo di grandi trasformazioni aperto dalla Rivoluzione francese sono ormai pienamente riconosciuti come la fase di avvio del Risorgimento, dopo le ormai lontane polemiche che alla fine dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento videro la storiografia nazionalistica negare il ruolo di radicale frattura esercitato dagli eventi francesi anche nella storia italiana. Nacque infatti in quegli anni, sull'esempio della Francia, un vero e proprio progetto di unificazione nazionale della penisola, che ebbe forme e momenti solo molto parziali di realizzazione. Il progetto unitario italiano, nelle sue diverse declinazioni, trovò forti ostacoli non solo nel contesto internazionale ma anche nei conflitti politici interni. Ma lasciò tracce profonde nella vita politica e sociale e nel dibattito costituzionale, sia in Italia che in Francia."

Seconda lezione: Marco Meriggi, Rivolgimenti istituzionali e sociali: la restaurazione e il crollo degli Antichi Stati italiani

"Con l'unificazione nazionale, tra il 1859 e il 1861, le Italie dell'Ottocento si avviarono a diventarne una sola, organizzata in base a un ordinamento che, riproponendo sostanzialmente il sistema istituzionale vigente dal 1848 nel Regno di Sardegna, cancellava d'un colpo quelli caratteristici degli altri Stati preunitari (il Regno Lombardo-Veneto, i due ducati padani, lo Stato della Chiesa, il Granducato di Toscana, il Regno delle Due Sicilie). Ma tra il 1815 e il 1859, ovvero nei decenni successivi all'età napoleonica, un viaggiatore che avesse percorso da un capo all'altro lo stivale si sarebbe imbattuto ad ogni attraversamento di confine in una varietà di leggi e istituzioni che gli avrebbe reso impossibile percepire la penisola come qualcosa di diverso da una semplice espressione culturale o geografica. In ciascuno degli Stati preunitari il disegno istituzionale si presentava come l'esito di uno specifico rapporto tra ceti sociali ed economici e potere politico, la pluralità delle cui forme ci si propone qui di illustrare nella ricchezza delle sue declinazioni."

Terza lezione: Alberto Maria Banti, Immaginare la nazione: la formazione del discorso nazional-patriottico

"Il movimento risorgimentale fonda la sua proposta e la sua azione politica sul presupposto dell'esistenza di una nazione italiana, da secoli divisa ma nondimeno degna di possedere un suo Stato-nazione. Tuttavia la nazione italiana non è un dato di realtà, ma è una costruzione concettuale operata da leader politici, intellettuali, scrittori, pittori, musicisti. È osservando questi dati che si può cogliere uno degli elementi più affascinanti del Risorgimento: pur operando in un contesto ostile (le polizie e le censure degli Stati preunitari perseguono la diffusione di idee nazional-patriottiche, così come i loro sostenitori), e pur fondando la propria propaganda su un'idea - la nazione - che non trova facili riscontri nella realtà, il movimento risorgimentale assume una dimensione di massa e nel 1861 riesce a raggiungere il suo obiettivo (uno Stato per la nazione).
La lezione si propone di illustrare in che modo ciò sia potuto accadere."

Quarta lezione: Christopher Duggan, La circolazione delle idee: Mazzini nel contesto inglese e nel contesto italiano

"L'intervento esamina i differenti lasciti di Mazzini in Inghilterra e in Italia nel periodo tra gli anni Trenta dell'Ottocento e la prima guerra mondiale. Mazzini passò buona parte dei suoi ultimi anni in Inghilterra e qui divenne un importante riferimento per i circoli politici radicali. Dalla figura del Mazzini "inglese" furono però estrapolate le idee adattabili ai bisogni del movimento dei lavoratori dell'Inghilterra vittoriana, incentrati sulla emancipazione e la crescita morale delle classi lavoratrici. In Italia questo aspetto del pensiero di Mazzini ebbe soltanto un impatto limitato: l'aspra opposizione di Mazzini al socialismo fece sì che, a partire dagli anni Settanta del XIX secolo, fosse il movimento socialista ad avere ampia presa sulle classi lavoratrici, riducendo i repubblicani mazziniani ad un piccolo e isolato gruppo. Le idee di Mazzini sulla nazione ebbero comunque un enorme impatto sulla politica dell'Italia liberale e ancor più sui movimenti politici che all' inizio del XX secolo sfidarono il governo parlamentare con la prospettiva di creare una comunità nazionale moralmente più coesa."

Quinta lezione: Simonetta Soldani, Uomini e Donne del Risorgimento alla prova dell'Unità

"Che cosa comporto', per gli uomini e le donne che vivevano "nel paese chiamato Italia " la nascita di un regno che si pretendeva nazionale, ma che in effetti si venne costituendo in Stato unitario a partire da una strutturazione che aveva assai poco a che fare con tale carattere fondativo?
La risposta andra' ovviamente articolata per classi e ceti, per regioni e luoghi di residenza: ma oggi ci e' chiaro che essa ha anche una specifica connotazione " di genere" , che deve essere riconosciuta ed evidenziata, se vogliamo capire bene cio' che accadde fino dagli inizi del cosiddetto " processo di unificazione nazionale ".
Non solo infatti essere uomo o donna - a parita' di ogni altra condizione - fu tutt'altro che indifferente, ma innesco' dinamiche profondamente diverse, in nome di una costruzione della cittadinanza e dell'appartenenza nazionale che si fondava su proiezioni di cio' che era auspicabile e possibile in ambito maschile e femminile ricche di novita' ma anche nettamente squilibrate sia dal punto di vista dei diritti che delle opportunita'. In ogni caso, per gli uni come per le altre, la nascita del Regno d'Italia rappresento' una cesura epocale, che provoco' accelerazioni e trasformazioni nel campo del lavoro e dell'istruzione, dei dirittti, della mentalita' e dei costumi su cui e' opportuno tornare a riflettere, e di cui si cercheranno di ricostruire i tratti piu' significativi e densi di futuro."

Sesta lezione: Fulvio Cammarano, La svolta politica: Cavour e la costruzione dello Stato italiano

"La figura di Cavour può essere considerata il vero crocevia dell'unificazione nazionale. La sua grandezza politica emerse soprattutto nei momenti di difficoltà allorché lo statista piemontese riuscì a far risaltare la risorsa della politica come insostituibile strumento di nation building. In questo senso, dunque, il maggior pregio di Cavour fu quello di non aver mai rinunciato, anche nelle più convulse fasi del processo diplomatico e militare dell'unificazione, alla prospettiva della modernità politica del liberalismo in un'epoca in cui sarebbe stato ancora possibile rinunciarvi. Cavour dunque trasformò in risorsa politica la consapevolezza che la ragione d'essere della nuova nazione non poteva essere disgiunta dalla sua immagine di causa ed effetto della forza del costituzionalismo. Cavour dunque riuscì a giocare le poche carte a sua disposizione con una abilità che non conosce pari nel XIX secolo, sfruttando persino i contrasti e le avversità. La sua opera, nel decennio che lo vide protagonista, s'impose come peculiare "narrazione" degli eventi e delle prospettive che divenne poi cultura egemonica, in grado persino di surrogare le deboli risorse militari sabaude."

Settima lezione: Lucy Riall, L'unificazione difficile: la questione meridionale e i conflitti sociali

"Il Sud giocò un ruolo centrale nell'unificazione dell'Italia. La combinazione tra cospirazione nazionalista, rivolta contadina, invasione militare e collasso amministrativo, resero il Regno delle Due Sicilie il fulcro del cambiamento politico nella primavera-estate del 1860. Nel contempo, tuttavia, questi stessi eventi causarono enormi problemi ai nuovi governanti dell'Italia.

La lezione si concentrerà sugli sforzi del nuovo governo italiano di far fronte al lascito del 1860, esaminando in particolare la sfida per creare il consenso politico, la difficoltà di costruire un nuovo sistema amministrativo e la minaccia rappresentata dal crimine nelle campagne e dal malcontento contadino. Questi problemi, assieme alle evidenti differenze culturali, geografiche ed economiche tra Nord e Sud, si combinarono dando vita alla "questione meridionale" che fino ai nostri giorni ha condizionato la percezione della storia di questa regione del Paese."

Ottava lezione: Gianni Toniolo, Tra arretratezza e modernizzazione: i caratteri del capitalismo italiano

"Alla vigilia del 150° anniversario dell'Unità, che cosa resta del grande dibattito sul fallimento economico del Risorgimento che tanto appassionò gli storici, non solo economici, negli anni attorno al centenario? Sono ancora intellettualmente vitali le tesi di Romeo, Sereni, Gershenkron? Rispetto ad allora, le ricerche quantitative fiorite negli ultimi vent'anni consentono una visione molto più completa sia dell'andamento del reddito e della produzione industriale sia del progresso nelle varie dimensioni del benessere degli italiani.
La prima parte della lezione dà conto di come appare oggi il profilo dell'economia italiana tra il 1850 e il 1913. Scompaiono sia la brusca impennata della crescita negli anni Ottanta sia la cosiddetta crisi agraria. Abbiamo un'idea più dettagliata dei divari regionali. Sappiamo molto di più su consumi, salute, distribuzione del reddito.
La seconda parte della lezione cerca di spiegare alcuni aspetti del quadro dell'economia italiana post-risorgimentale che oggi possediamo con i caratteri strutturali dell'economia italiana, con il contesto internazionale, con le scelte di politica economica.
La lezione si chiude con alcune considerazioni su come l'Italia visse la cosiddetta "prima globalizzazione", nei venti anni che precedettero il conflitto mondiale."

Nona lezione: Maria Luisa Betri, L'identità sociale nel processo di costruzione dello Stato unitario


"Lo Stato unitario nacque segnato da profonde linee di frattura, tra Nord e Sud, città e campagna, centro e periferia, e prima fra tutte, tra "paese legale" - il solo ad avere voce e rappresentanza politica - e "paese reale", costituito da milioni di lavoratori urbani e rurali, e pressoché sconosciuto nelle sue articolazioni alla classe dirigente liberale. La lezione verterà sul difficile e contraddittorio processo di adattamento del nuovo agli antichi caratteri originari dell'Italia, segnata da gelosi particolarismi municipali, e sui cambiamenti nel ceto politico e di governo, in cui l'aristocrazia fondiaria cedette progressivamente il passo alla componente di estrazione borghese, e in particolare a quella legata alle libere professioni. Mentre, pur mantenendo il paese la sua fisionomia essenzialmente rurale, il graduale sviluppo dell'industrializzazione favorì la crescita di un proletariato di fabbrica, che sperimentò le prime forme organizzative sindacali e politiche."

Decima lezione: Giovanni Miccoli, ll processo di secolarizzazione: chiesa, stato e società nel Risorgimento

"Nelle vicende delle relazioni tra Chiesa, Stato e società nel corso dei processi che portarono all'unificazione italiana, processi che vengono compendiati nel termine di Risorgimento, si intrecciano e si sovrappongono questioni, e dunque situazioni e prospettive non poco diverse. Sono questioni infatti di diversa ampiezza e spessore, tali da coinvolgere periodi di diversa durata e da presentarsi inoltre in termini e con sviluppi mutevoli in particolare nel corso di quei decenni cruciali che vanno dagli anni immediatamente precedenti le rivoluzioni del 1848 alla conquista di Roma da parte delle truppe italiane nel settembre 1870, i decenni appunto in cui si compie l'unificazione italiana.
Alla luce di tale premessa vengono prese in esame alcune questioni che maggiormente condizionarono (allora e per molti aspetti anche in seguito) i rapporti Chiesa-Stato-società: la questione nazionale italiana, riguardante in primo luogo l'indipendenza dall'influenza straniera; la "questione romana", ossia il problema della conciliabilità tra i doveri del papa come "principe italiano" e il suo ruolo di pastore universale della Chiesa, ciò che appunto metteva in discussione l'esistenza stessa del "dominio temporale" del papa; l'atteggiamento della Chiesa verso le "libertà moderne" e il superamento del sistema d'ancien régime e dell'alleanza trono-altare, una questione questa che va ben al di là della situazione italiana.
Vengono quindi illustrati i principali aspetti e le principali tappe dello scontro che oppose lo Stato sardo prima e quello italiano poi al papato e alla Chiesa, anche se non senza scarti e il profilarsi di prospettive diverse, in un contesto in cui alla metà del secolo la Chiesa cattolica, nei diversi Stati italiani, si presentava ancora con molte caratteristiche proprie del sistema d'ancien régime."

Undicesima lezione: Emilio Franzina, Tra la penisola e il mondo. Le migrazioni nella storia dell'Italia unita

"Le migrazioni, come fenomeno demografico, non costituiscono certo, sull'aprirsi dell'Ottocento, una novità nella storia della penisola. Spostamenti individuali e di gruppo si registrano infatti da secoli specie lungo tutto l'arco alpino e in molte zone della montagna appenninica, ma è solo con l'avvento degli esodi transoceanici di massa dall'Europa che gradatamente, dopo la fine delle guerre napoleoniche, l'emigrazione, inserendosi nel loro quadro, assume anche in Italia proporzioni rilevanti sino a diventare, ben prima del 1861, una costante nel panorama economico e sociale di un paese ancora alla ricerca della propria unità politica. I movimenti migratori diretti all'estero più e meno lontano si svolgono nondimeno, tra il 1820 e il 1860, in piena concomitanza e talora anche in discreta "sintonia" con il processo risorgimentale in atto. L'esilio dei patrioti liberali e dei proscritti mazziniani, per quanto numericamente circoscritto, finisce infatti per confondersi non di rado, nell'esperienza quotidiana dei suoi protagonisti, con l'emigrazione da lavoro propriamente detta. Secondo alcuni, addirittura, è nel mondo dei profughi che precocemente si delinea, sia in Europa e sia nelle Americhe, un importante embrione della iniziativa nazionalista a ridosso di piccole comunità etniche già conformate e complessivamente composte, al momento della nascita del Regno, da più di centomila persone spinte lontano da casa da ragioni soprattutto economiche. Queste avanguardie di uomini (essendo ancora scarse le presenze femminili), partiti come sudditi di questo o quello Stato preunitario (piemontesi in Francia, liguri al Plata, veneti e friulani nelle regioni tedescofone dell'Impero, siciliani in Tunisia ecc.), ma inizialmente inconsapevoli di essere italiani, acquistano col tempo un comune senso di appartenenza nazionale, generato e rinvigorito via via proprio dalla loro condizione di espatriati. Il tasso di patriottismo fra gli emigrati s'innalza, infatti, tra l'unità e la vigilia della Grande Guerra, in modo esponenziale e abbastanza inatteso talvolta persino anche in seno alle comunità etniche di origine rurale, e rimaste più isolate all'estero, senza peraltro estinguere (al massimo semmai attenuandole) le divisioni e le diverse vedute politiche di ciascuno (ad es. quelle dei monarchici e dei repubblicani o, più tardi, quelle degli anarchici e dei socialisti). Lo sviluppo e l'ingigantirsi dei flussi, non solo in quanto effetto di cruda espulsione negli anni della grande crisi agraria, procede comunque di pari passo con la costruzione in Italia dello Stato unitario e gli offre un supporto esterno di solito dimenticato o trascurato dagli storici poco interessati a rintracciare nell'incedere del nation building italiano un ruolo e una funzione eventualmente svolti dagli emigranti. Ma già nella massa di circa dodici milioni di persone che le statistiche ufficiali segnalano in uscita dal paese sino al 1913, l'anno di massima intensità emigratoria del periodo liberale con circa 800 mila unità, basterebbe pensare a coloro, più del 54% , che prima o poi rimpatriano spesso portando con sé i sensi di una mentalità patriottica acquisita o maturata appunto "al di là dei confini". Sul finire del secolo XIX, inoltre, e con forza crescente nel corso dell'età giolittiana, l'elaborazione da parte di alcune élites intellettuali di ardite teorie imperialiste, imperniate sull'espansionismo demografico, stimola (e deforma in chiave politicamente nazionalista) le visioni coltivate da un parte delle stesse classi dirigenti liberali a proposito dell'emigrazione popolare. Dalle sue file, allo scoppio della guerra europea e per quasi tutta la sua durata, escono, ad ogni modo, gli oltre 300 mila riservisti " (per metà provenienti da oltreoceano e in molti casi già figli o nipoti di antichi emigranti) che si arruolano "volontariamente" per venire a combattere in Italia: certo una minoranza rispetto alla massa quattro volte più grande dei "renitenti" che non rispondono alla chiamata alle armi, ma una minoranza non esigua o solo simbolicamente significativa. Il fascismo, in un momento storico segnato dalla provvisoria (e parziale) chiusura , tolto quello francese, di tutti gli sbocchi emigratori, cercherà con i suoi "Fasci all'estero" di appropriarsi anche di questo indubbio patrimonio di "italianità" consegnando all'Italia democratica e repubblicana, nella vorticosa ripresa postbellica delle correnti di espatrio, una eredità controversa in cui si possono scorgere, assieme ai problemi esistenziali e di lavoro di tante persone, gli effetti sulla società italiana dell'emigrazione e i suoi nuovi caratteri: tanto quelli noti e meglio studiati (le rimesse monetarie, lo sfoltimento demografico, la modernizzazione ma anche il mantenimento di mentalità arcaiche, il conservatorismo sociale ecc.) quanto quelli fraintesi o spesso equivocati (la sindacalizzazione, l'adesione ai partiti della sinistra di classe, ma anche i collegamenti con la Chiesa e con il mondo clericale, il filofascismo confuso con lo spirito patriottico ecc. ) a causa, parrebbe, della ostinata sottovalutazione, da parte di nuovo degli storici, della dimensione politica "nascosta" del fenomeno emigratorio e delle sue conseguenze sulla compagine nazionale che, in patria e all'estero, furono invece molte, complesse e meritevoli, soprattutto oggi, di essere riesaminate e tenute in grande considerazione."

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