lunedì 21 giugno 2010

"Il lettore, lo scrittore e il traduttore" di Michael Cunningham


Il lettore, lo scrittore e il traduttore [The Reader, the Writer, and the Translator] e’ il titolo della lectio magistralis che lo scrittore Michael Cunningham ha tenuto giovedi’ 17 giugno nella splendida cornice della Sala Luca Giordano di Palazzo Medici Riccardi a Firenze, nell’ambito della IV edizione del Premio Vallombrosa - Gregor von Rezzori.

Al pubblico e’ stato offerto un volumetto con il testo della prolusione e una traduzione a fronte di Ivan Cotroneo [da cui sono tratte le citazioni seguenti].

Il discorso di Cunningham comincia con alcune considerazioni sul lavoro del traduttore [spesso sottovalutato e sottopagato]: “i bravi traduttori non si limitano semplicemente a trasporre un libro da una lingua in un’altra. I bravi traduttori si tormentano sul problema della fedelta’ al testo originale.” I loro dilemmi vertono attorno ad alcune questioni come: la necessita’ di riprodurre fedelmente il testo originale anche quando le frasi “potenti e vigorose e musicali in una lingua suonano spesso sorde e goffe in un’altra”; la possibilita’ di distaccarsi dall’originale nel tentativo di riprodurre quella potenza, quel vigore e quella musica con i mezzi della nuova lingua; la presunta capacita’ di capire le intenzioni dell’autore.

Come esempio, Cunningham cita la frase di apertura del romanzo Moby Dick di Herman Melville: “Call me Ishmael.” Essa possiederebbe una qualita’ difficile da descrivere: l’autorita’, la capacita’ che i grandi scrittori hanno di convincere il lettore sin dalle prime battute “di essere nella mani di qualcuno che sa cosa sta facendo”. Il traduttore, pertanto, e’ chiamato a compiere una sorta di magia.

Una seconda qualita’ posseduta dall’incipit di Melville e’ la musicalita’. Anche in questo caso al traduttore si chiede l’abilita’ di rivestire di una seduzione sonora le frasi.

Cunningham prosegue dichiarando che incoraggia i traduttori dei suoi libri a prendersi le licenze di cui sentano il bisogno. Ha imparato infatti che il romanzo originale e’ gia’ esso stesso una traduzione, “e’ una traduzione dalle immagini che l’autore ha in testa a cio’ che e’ effettivamente capace di mettere giu’ sulla carta”.

Il dramma dello scrittore e’ constatare che il libro pubblicato si discosta alquanto dall’opera che per mesi e anni ha avuto in testa. Il traduttore, quindi, non fa che tradurre una traduzione.

Un romanziere non dovrebbe proclamarsi esperto, ma essere consapevole che, in un certo senso, il risultato finale dei propri sforzi sara’ una specie di fallimento.

L’esempio migliore per dimostrare l’idea sono i tentativi di Monet di riprodurre fedelmente uno stagno pieno di ninfee.

Uno scrittore non e’ altro che “uno studente che impara a scrivere”, e un romanzo “il migliore romanzo che siete stati capaci di scrivere il quel momento della vostra vita”.

Cio’ non significa che un romanziere sia modesto: nessuno scrittore lo e’ in quando cio’ che egli pretende altro non e’ che qualcuno smetta di fare quello che sta facendo e si dedichi alla lettura del suo libro.

Anche nel rapporto tra scrittori e lettori avviene una nuova traduzione.

Cunningham riporta la propria esperienza di docente di scrittura creativa. In genere, alla domanda “Per chi state scrivendo?” gli studenti rispondono che scrivono per se stessi. Al contrario, un libro e’ fatto per essere offerto agli altri. “Cio’ che lo scrittore dice essenzialmente e’: fai spazio tra tutto il resto per questo. Smetti di fare cio’ che stai facendo e leggi questo.”

Cunningham l'avrebbe capito tanti anni fa, grazie a una signora quarantenne che lavorava nello stesso bar: nonostante avesse quattro figli, fosse stata lasciata dal marito e lavorasse da mane a sera, Helen era un’avida lettrice di gialli. Il giovane Michael le suggeri’ Delitto e castigo. Dopo una settimana la donna dichiaro’ che Dostoevskij era molto meglio di Ken Follett ma non bravo quanto Scott Turow. Helen non aveva “nessun preconcetto di tipo scolastico su cosa dovesse piacerle di piu’, e cosa di meno. Aveva solo bisogno di cio’ di cui ha bisogno ogni buon lettore: di venire trascinata, emozionata, di sentire un ritmo della narrazione e la sensazione di essere strappata dal mondo in cui viveva e trasportata in un altro.”

Grazie a Helen, Cunningham avrebbe scoperto che “la scrittura non e’ solo un esercizio di auto-espressione, e’ anche, cosa piu’ importante, un regalo che noi da scrittori stiamo cercando di offrire ai lettori.”

Il lettore e’ dunque “il gradino finale nella continua vita di traduzioni di un libro.”

Lo sanno bene gli insegnanti che hanno quotidianamente a che fare con studenti, con lettori, che trovano Cechov noioso o Proust impenetrabile. Taluni se ne dispiacciono; altri ne vanno fieri.

E’ notorio che “non ci sono mai due lettori che leggano lo stesso libro” e che la scrittura “non esiste senza un lettore attivo e consenziente”.

“Cio’ che fa il lettore, allora, e’ tradurre le parole sulla pagina nel suo lessico privato e immaginario, secondo i suoi bisogni, i suoi interessi, i suoi livelli di comprensione.”

Scrittore, traduttore e lettore sono accomunati [con un grado di tortura via via decrescente] dalla consapevolezza di non avere raggiunto la perfezione, ma anche dalla partecipazione a un grande sogno: quello di un’opera umana che “puo’ stare in piedi senza imbarazzi davanti allo spettacolo della vita stessa.”

Noi esseri umani “siamo non solo creatori, traduttori e e consumatori di letteratura, ma della letteratura siamo anche i soggetti.”

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Postilla. Nella breve conversazione con lo scrittore, al termine della lectio, abbiamo convenuto che ai tre soggetti del titolo si potrebbe aggiungere l’insegnante [citato piu’ volte dallo stesso Cunningham]. Sebbene questo non sia indispensabile, in quanto chiunque puo’ apprezzare la letteratura indipendentemente dalla scuola o dall’universita’ [o -come spesso si legge- malgrado queste], la funzione maieutica dei docenti e’ talvolta [o spesso?] importante [Essi almeno si impegnano in tal senso]. A Cunningham ho promesso che il mio prossimo corso si sarebbe aperto proprio con la sua affascinante prolusione. Questo post ne e’ una anticipazione.

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Attivita’ didattiche:

- Rapporta alla tua esperienza di scrittore, traduttore e lettore quanto Cunningham dice. Ti sembra di poter condividere il suo pensiero?
- Prova ad esercitarti nella scrittura di qualcosa che ti sta particolarmente a cuore: il risultato ti appare all’altezza delle intenzioni originarie? ti sembra o meno, per usare la bellissima metafora impiegata due volte dallo scrittore, quella “cattedrale di fuoco” presente nella tua testa?
- Prova ad esercitarti nella traduzione di un breve testo letterario: quali le difficolta’, i tormenti, le scoperte?
- Confronta due o piu’ traduzioni dello stesso testo letterario: quale secondo te, e perche’, riesce ad avvicinarsi meglio al testo originale?
- Leggi alcuni incipit di romanzi. Quali ti appaiono possedere la misteriosa capacita’ di essere autorevoli, di spingere il lettore a proseguire?
- “Idealmente – scrive Cunningham -, una frase letta ad alta voce, in una lingua sconosciuta, dovrebbe possedere comunque una qualita’ sonora, anche se chi la ascolta non ha idea del significato di cio’ che gli viene raccontato.” Ti e’ mai capitata questa esperienza? Sapresti fare come l’autore, ossia citare la frase di uno scrittore italiano e illustrarne la musica interna?
- Ti sei mai chiesto/a perche’ Monet continuasse a dipingere ninfee o, per stare agli autori che stai studiando, perche’ Ariosto o Manzoni abbiano riscritto continuamente la stessa opera?
- E’ sempre piu’ difficile, nella societa’ contemporanea, che la letteratura riesca a farsi spazio nelle nostre vite, riesca a sottrarci alle piu’ disparate incombenze, riesca a convincerci a smettere di fare cio’ che stiamo facendo per dedicarci a lei. Come/quando un libro puo’ riuscirci?
- Pensa alla figura di Helen e paragonala a te. Che tipo di lettore sei?
- Confronta i tuoi giudizi su un romanzo con quelli di un compagno. Da cosa dipendono le differenze?
- Ti e’ mai capitato di rileggere lo stesso libro e di averlo trovato diverso?
- Ti e’ mai capitato di sentire “che staVI perdendo qualcosa del libro, che non ERI pronto per la sfida che il libro TI poneVA, che solo a causa della TUA incapacita’ non riUSCIVI a essere il mezzo proprio per la comprensione del libro”?

- Analizza nel suo complesso il discorso di Cunningham: come e’ strutturato? Quale funzione ed efficacia retorica hanno gli esempi?
- Che tipo di scrittore e’ [ti sembra che sia] Cunningham?
- Quali altri scrittori vengono citati? Quali conosci?

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Questo articolo e' stato segnalato da Biblit .

3 commenti:

Biblit ha detto...

Gent. sig. Torresani, ho segnalato il suo intervento nella sezione Edicola del sito Biblit (www.biblit.it) dedicato alla traduzione letteraria.
Spero che la cosa le sia gradita.
Cordiali saluti e buon lavoro,
Marina Rullo
Fondatrice di Biblit

Michele Torresani ha detto...

Gentile Marina Rullo,
la ringrazio moltissimo della segnalazione nella sezione "Spigolature" del suo interessantissimo sito. La lectio di Cunningham e' stata molto coinvolgente. Tenga conto che le attivita' didattiche sono state pensate per studenti di un triennio piu' che per aspiranti traduttori.
Segnalero' il suo sito ai miei ex-studenti di Cracovia, alcuni dei quali si occupano di traduzioni in polacco.
Michele Torresani

Michele Torresani ha detto...

Un testo lievemente diverso da quello letto a Firenze e' stato pubblicato da "Il Sole 24 Ore" con il titolo "La mia cattedrale di fuoco".

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2010-06-13/cattedrale-fuoco-140800.shtml?uuid=AYZCLHyB&fromSearch#continue