sabato 23 maggio 2009

A colloquio con Andrea Cisi


In occasione dell’incontro con gli studenti dell’ITC “Beltrami” di Cremona [scuola superiore frequentata dall’autore, ivi diplomatosi “ragioniere programmatore”, come segnalato a p. 12 del suo ultimo romanzo], il 23 maggio 2009 Andrea Cisi ci ha concesso un’intervista che qui pubblichiamo, ringraziandolo della cortesia.

MT I tuoi tre romanzi, e in particolare l’ultimo, su cui vorrei concentrarmi, sono fortemente autobiografici. Il primo - Cosi’, come viene - e’ ambientato a Cremona, piccola cittadina arroccata sotto le campane della "più alta torre campanaria d'Europa"; nel secondo – AYE – Are You Experienced? - il cremonese Daniele 'Jamiro' Conca e’ alle prese con una agenzia interinale; nel terzo - Cronache dalla Ditta - il protagonista non ha nome ma lavora come operaio metalmeccanico in una fabbrica che produce termocoppie e misuratori di temperatura alla periferia della citta’. Quali motivi stanno alla base di questa scelta ed, eventualmente, quali modelli letterari hai preso in considerazione?

AC Il motivo unico alla base di questa scelta è proprio il fattore autobiografico così pregnante nel testo. Ovviamente parlo di cose che necessariamente devo conoscere bene per non rischiare cadute di tono o l’uso improprio di personaggi, location e situazioni, e racconto bene o male in ogni romanzo le mie esperienze di vita, per questo risulto credibile anche nello stile, perché non si discosta poi molto da come ragiono e da come mi esprimo io. Non ho nessun modello letterario, tutto è cominciato per caso e senza riferimenti, io ho sempre letto fantasy più che altro, il romanzo di narrativa generazionale o di formazione non era certo nelle mie abitudini di lettore. Alcuni romanzi letti successivamente alle pubblicazioni su suggerimenti di amici poi mi hanno fatto notare somiglianze quasi imbarazzanti nello stile o nei contenuti, ad esempio con ‘La vita agra’ di Bianciardi o ‘Bassotuba non c’è’ di Paolo Nori o con ‘Post Office’ di Bukowski. Ma credo sia inevitabile.

MT Parliamo dei personaggi del terzo romanzo: gli operai, il boss e la madre, Pupina. Talvolta sembrano delle “maschere”, atte a introdurre determinate tipologie umane [il bomber, il palestrato, la ragazza attraente ecc.] o specifici argomenti [il cinema, il sesso ecc.]; talaltra emerge una maggiore attenzione alla loro umanita’, cui il narratore guarda con un misto di critico distacco, ma anche di ammirazione, di benevolenza e di “pietas”. Sembra anche emergere una sorta di odio-amore per i personaggi. Sei d’accordo?

AC Unicamente di amore, direi, e se pietas c’è è semplicemente una naturale presa di coscienza dello spessore ‘umano’ dei personaggi che costruisco, filtrato dall’istintiva tenerezza e dal disincanto del protagonista. Gli stereotipi umani che descrivo non fanno altro che raccontar categorie che esistono in qualsiasi ambiente, non solo in fabbrica. Qui però, più che altrove, c’è forse l’iperbole data dal fatto che ogni soggetto cerca sempre di imporre il suo punto di vista, quindi alla fine ci sono scontri di personalità credo illuminanti anche su certi aspetti della società di oggi e su come i fatti vengano recepiti in modo diverso da personalità differenti. Maschere in un teatrino, insomma.

MT La figura del gatto maschio Fulvia, un animale dotato di intelligenza, parola e ironia, mi pare particolarmente interessante dal punto di vista strutturale e letterario. La sua presenza, in ultima istanza, non sembra dissimile da quella degli analoghi “animali” che costellano la letteratura cosiddetta per l’infanzia [il grillo parlante, il gatto con gli stivali]. Nello specifico, appunto, Fulvia potrebbe essere una nuova incarnazione del protagonista del racconto di Charles Perrault o della pièce teatrale di Ludwig Tieck.

AC Fin troppo raffinati, come paralleli. Io mi rifaccio soprattutto a certe soluzioni di narrazione cinematografica di autori che amo e, a loro volta, probabilmente influenzati invece da più profondi riferimenti. Penso a Woody Allen, per esempio, al modo in cui piazza sempre una voce surreale fuoricampo, un coro greco che ogni volta assume forme e soluzioni (sempre geniali, ovvio) differenti. Il Fulvia è il surreale che sembra stonare e invece mi serve per incollare tutto il resto, il Fulvia è sempre a casa, è sempre all’inizio o alla fine (e in entrambe le parti) del capitolo, e ha sempre quell’aria brigante e saputella di chi sembra sapere qualcosa che tu non sai, però i dubbi che ingenera nel suo padrone sono molto, molto reali e concreti.

MT Il protagonista e’ un trentenne costretto ad accettare un lavoro al di sotto delle sue doti, a fare i conti con uno stipendio miserrimo, a rifiutare proposte migliori per il solo fatto che sono precarie. Accanto al tema del lavoro, emergono le sue passioni per il cinema, la musica e la politica, la sua ironia [sono moltissimi i film e i musicisti citati nel romanzo]. Egli e’ un intellettuale che deve fare i conti con un ambiente non proprio ideale, ma che cerca di apprendere da tutte le esperienze [la serie “oggi ho scoperto…”, “oggi ho imparato una lezione molto importante”]. Su tutto domina una sorta di saggezza ariostesca [“Ognuno ha la sua cultura e decide come meglio crede cosa farsene” p. 115]. Oppure dovrebbe essere un altro l’approccio con cui dovremmo guardare al personaggio?

AC No, l’approccio è corretto, ma incompleto. In questo modo il protagonista risulta un ‘positivo fuori luogo’, in realtà è anche un carattere debole che evidentemente non ha avuto la tenacia sufficiente a raggiungere una situazione professionale più adatta a lui. In ogni caso la sua ironia non è mai arrogante, non si sente superiore, anche se qualche volta perde le staffe.

MT Un tema fondamentale del romanzo e’ quello “esistenziale”: la fabbrica diventa una prigione da cui il protagonista vorrebbe fuggire [tra i molti film citati, vi sono Fuga da Alcatraz (p. 33), Fuga di mezzanotte (p. 41), La grande fuga (p. 89), Fuga di Tarzan (p. 144)], un luogo alienante, ma che - accanto al guscio protettivo della casa [minacciato anch’esso dall’invadente presenza della stanchezza paralizzante, incarnata da Pupina] - e’ anche l’unico spazio in cui giocare la propria umanita’, trovare un contatto con gli altri, anche quando le condizioni esterne sembrerebbero impedirlo. E’ un lavoro che non nobilita l’uomo, a cui ci si adatta perche’ non sembrano esserci alternative [dicono gli operai “siamo qui perche’ ci han presi qui, ma per noi e’ lo stesso” p. 41]. La casa, dicevamo, e’ lo spazio del relax, dello scambio intellettuale “alla pari” con l’intelligente e saggio Fulvia, del confronto con la propria compagna e la sua esperienza [l’ambiente metropolitano e’ diverso ma in sostanza non molto dissimile da quello della impresa gestita da madre e figlio].

AC Io vedo oggi gli operai come la ‘massa operativa e indifferente’, prodotti da supermarket del lavoro che vengono spostati dove serve quando serve per coprire le esigenze di produzione degli imprenditori e le esigenze di budget ‘umano’ delle agenzie interinali. Eppure nel capannone si stringono alleanze, si scambiano opinioni, si matura in qualche modo a livello umano, ed è la grande sfida, perché oggi maturare a livello professionale in ambienti così è un calvario. La casa è l’oasi in cui naufragar dolcemente per fuggir le brutture del grigiore della fabbrica. Sono due situazioni per le quali anche nella narrazione si deve percepire lo stacco netto. Ma sono le due facce della stessa medaglia.

MT La “fabbrichetta” e’ un microcosmo in cui tutta la societa’ italiana si riflette. I discorsi degli operai introducono riflessioni sulla politica, i condizionamenti dei media, i bisogni indotti dal consumismo, gli oggetti del desiderio. E’ una societa’ in cui si parla una babele di linguaggi senza che si arrivi a comunicare [“la gente parla per non morire, ma il piu’ delle volte non si ascolta” p. 28]; in cui ognuno e’ chiuso nel suo mondo, nella realizzazione delle sue piccole “soddisfazioni”. Una societa’ in cui vigono regole assurde; in cui non vi e’ vera solidarieta’, ma intolleranza verso gli stranieri e i diversi [“ “loro” son diversi (…) tutti quei giargianesi qua in giro, tutti gli stupri...” p. 181]. Una societa’ che sembra mancare di una prospettiva positiva di largo respiro [il “triste futuro che ti attende” p. 49; “Cosa puoi costruire se lavori per stare a galla?” p. 117]; in cui la cultura, incarnata dal protagonista “che legge” ed ha uno sguardo critico, e’ marginalizzata e lontana dal vissuto deila maggioranza dei cittadini, i quali in fin dei conti non sanno cosa sia e non sanno che farsene [tranne al limite domandare una paradossale “ri-scrittura” di Pinocchio]. Una societa’ in cui si parla “solo di gossip, di calcio e di figa” (p. 86). Si tratta di una lettura corretta?

AC Impietosa, certo, ma corretta direi. E’ mutata la situazione dal dopo-boom dei ‘50/’60, la ‘fabbrichetta’ non ha più la connotazione di strumento di crescita economica, ma quella di parcheggio di realtà umane di diversa estrazione, specie in un momento di crisi (reale o ‘presunta’, come ci vogliono far credere) come quello che si vive oggi. E’ un microcosmo di assoluta valenza scientifica, i prototipi operai che racconto hanno più sfaccettature, andrebbero studiati da vicino singolarmente per capire la loro grandezza personale e il loro splendore, la loro dignità nel portare avanti per una vita un lavoro così poco gratificante, ma andrebbero soprattutto studiati nel complesso per capire che taylorismo e fordismo sono concetti superati, ormai siamo decenni avanti, così avanti da aver chiuso il cerchio ed essere ritornati indietro al darwinismo: chi si adatta all’ambiente sopravvive, chi si pone dubbi e domande vive in uno stato di shock incapacitante perenne. La società tende a omologare col potere forte dei canali mediatici e questo è fuor di dubbio, Lang con i suoi film e Orwell con i suoi libri ci hanno descritto scenari allucinanti nei quali siamo precipitati in pieno, le nuove generazioni hanno sempre minor capacità di prestare attenzione, troppo veloci gli stimoli, troppe le luci che attirano lo sguardo. Io ho un cellulare che, ahimè, sa solo telefonare e per questo al lavoro mi massacrano. Non sono ottimista per il futuro della società. Capossela cita sempre nei suoi concerti una frase del pugile Jack La Motta, solito a fine carriera combattere in luoghi di quart’ordine: “Ehi amico dov’è il cesso?” “Ci stai proprio in mezzo!”

MT Reale e surreale potrebbero essere due elementi alla base della tua poetica. Si parte da una realta’ ben precisa, descritta nei minimi dettagli, quella di una piccola impresa, sebbene alcuni elementi vengano volutamente tralasciati [ad esempio, nel titolo si parla di “Ditta” a volerle rappresentare tutte; nel testo di “acciaieria” (p. 11) e “citta’ delle nebbie” (es. p. 7)]. Ma vi sono elementi “stranianti” come gatti che parlano...

AC Reale e surreale sono burattini dello stesso teatrino, dipende dalla mia formazione (basso) culturale, dalle mie letture d’infanzia, dalle mie passioni satellitari alla scrittura (musica, fumetti, cinema, giochi di ruolo, le storie raccontate in qualsiasi forma). Mi son sempre chiesto perché non potessero andar d’accordo in un testo, ‘se io riesco a vederceli entrambi -mi dicevo- allora è probabile che possa farli vedere anche a chi legge, e a legarli come si deve.’ Non so se ci sono riuscito ad arte ma ci ho provato.

MT Gli scrittori italiani non si sono occupati particolarmente di operai. Pasolini lamentava che
Non sanno vedere la trasformazione / degli operai, perché non hanno alcun interesse per gli operai/ Non si accorgono delle facce dei ragazzi / perché non hanno alcun interesse / per i ragazzi (non hanno neanche / occasione di vederli). [Versi buttati giu’ per caso]
Purtuttavia, sugli scaffali delle librerie, accanto al classico Tre operai di Carlo Bernari (1934), recentemente sono apparsi molti romanzi che si ricollegano al mondo della fabbrica: Mammut di Antonio Pennacchi (1994), La fabbrica di paraurti di Paolo Nelli (1999), La dismissione di Ermanno Rea (2002), Fabbrica di Ascanio Celestini (2003). Per il tuo romanzo ti sei ispirato a questo filone?

AC Beh, non mi sembran poi molti a voler ben vedere. Comunque no, a parte Celestini, mai sentiti nominare, nessuno dei titoli che citi. Mi sono ispirato solo alla mia quotidiana lotta alla timbratura. Ma andrò a rivedermi questo materiale di certo, grazie per le dritte. Io sulla fabbrica ho letto solo un romanzo più recente di Francesco Dezio, ‘Nicola Rubino è entrato in fabbrica’. Ma per quel che lamentava Pasolini non trovo così strano che gli scrittori dell’epoca, quasi sempre intellettuali, non avessero uno sguardo attento ai ragazzi delle fabbriche, se pensi che oggi tale sguardo non ce l’hanno nemmeno i politici addetti a farli stare meglio. Pasolini aveva una passione per i rami popolari della società, questo anche, tra le altre cose, fa di lui un outsider.

MT Osserviamo alcuni aspetti strutturali dell’opera. Il “cronache” del titolo fa ovviamente pensare a una disposizione diacronica, lungo l’arco di un anno. Si parte dalla nevicata di fine gennaio per arrivare a novembre passando attraverso la torrida estate padana. Molti capitoli alternano eventi legati all’ambiente di lavoro agli spazi liberi da questo, il cosiddetto “tempo libero”. Puoi parlarci di queste simmetrie e rimandi interni?

AC Un po’ dipende dalla mia incapacità ancora di cavarmela fuori da un contesto rigido di tempo, ma la struttura di Cronache è calcolata, tre brani di vissuto di fabbrica contro uno di Tempo Libero nella prima metà, uno contro uno nella seconda. Questo dà il tempo al lettore all’inizio di abituarsi al narrato, che è quieto e costante, al punto da subire di più la velocità che si innesta nella seconda parte, quando il gioco è più serrato. Allo stesso modo dopo un po’ vario il contenuto dei Tempo Libero (dalle telefonate ad altre location) per aprire al mondo esterno in modo definitivo, così da portare i due protagonisti a uscire dal ‘nucleo’ per confrontarsi col mondo stesso e i problemi più ‘evolutivi’ per la coppia: avere un figlio, per esempio…

MT Concludiamo con un cenno allo stile. Anche ad una prima lettura emergono alcuni dati importanti: il dialetto, innanzi tutto. In genere, tra parentesi vi e’ una traduzione in lingua delle battute vernacolari, ma non si tratta mai di una “parafrasi letterale” quanto di una riformulazione “nobilitante” e “aulica”, dalla quale non e’ estranea una forte dose di ironia. Un esempio a caso, tra le centinaia che si potrebbero fare: “G’ho capìt en càso, làsa pèrder che g’ho bèle i me problemi sènsa le to cagàde”, riformulato: “Non mi ritrovo nel tuo ragionamento troppo arzigogolato, lasciami stare che ho altro a cui pensare che non siano queste tue semplicistiche argomentazioni!” (p. 63). Pensi che un lettore non padano possa perdere l’ironia che sta dietro l’operazione?

AC Mah, questo è un mistero. In alcune località in cui siamo stati a presentare il libro (io e i due ragazzi che da sempre mi accompagnano per le letture) questi pezzi disseminati un po’ qua e un po’ là a casaccio nel narrato hanno sortito lo stesso effetto che sortiscono qui da noi, in altri nessun effetto. Però noto che laddove non possono cogliere un’acca dal nostro dialetto l’impatto a volte risulta divertente per motivi diversi, non perché colgano la differenza di tono tra detto e tradotto, ma perché intuiscono uno stacco tra la ‘volgarità’ insita nell’espressione in vernacolo e certe traduzioni fin troppo ricamate.

MT Gli scrittori contemporanei ci hanno abituati alle infrazioni linguistiche, al plurilinguismo e alla varieta’ dei registri. Nel romanzo si notano stilemi quali “Montano gli e’ caduta la faccia” (p. 65) per ‘A Montano e’ caduta la faccia’. Puoi parlarci di questi aspetti?

AC Sono espressioni mutuate direttamente dal linguaggio parlato, e non so decenni fa ma di certo oggi in questi ambienti non si parla come ti insegnano a scuola, qui caratteri deboli si adeguano a caratteri forti, chi si esprime con più costanza e decisione di solito impone il proprio modello espressivo. Cerco sempre soluzioni che, più veloci magari, più spicce di quelle canoniche da manuale, strappino un repentino sorriso.

MT Negli incontri in cui viene presentato il libro, come quello con gli studenti del “Beltrami”, viene proposta la lettura di alcuni capitoli. Ma e’ solo dalla lettura integrale del testo che si apprezzano alcuni elementi formali. Tra questi, l’uso dei ritornelli. Potremmo elencare come esempi: “la pinza e’ uguale per tutti”, la frase cinese di cui solo alla fine il protagonista scoprira’ il significato, le cosiddette affermazioni negate, gli “oggi ho scoperto che…” di cui abbiamo gia’ parlato. In fondo, credo non si tratti solo di stilemi, ma del corrispettivo stilistico della ripetitivita’ della vita operaia, o –se vogliamo- della vita tout court…

AC Il parallelo che hai trovato è splendido, pur essendo una forzatura te lo concedo perché è perfettamente rappresentativo di quello che è soggettività della lettura di un testo, ossia tu sei riuscito a vedere in questo un qualcosa che nemmeno io son riuscito a vedere e quindi, di certo, non volevo rappresentare. Dieci anni fa, presentando ‘Così come viene’ in un circolo culturale, la bravissima signora che mi introduceva (davvero notevole il suo apporto all’insieme dell’incontro), mi chiese se aveva visto giusto nel ritenere che il nome del protagonista, Umberto, fosse di certo stato suggerito a me dalla visione del film ‘Umberto D’ di De Sica. Ovviamente no, altissimo il riferimento, ma ahimè il nome l’avevo messo perché così si chiamava un amico con cui, al bar davanti a una birretta, avevo parlato del romanzo in costruzione. Allora negai, oggi dovrei bearmi della tua capacità di analisi che travalica le mie intenzioni e lasciar credere che sì, è come hai detto tu. Invece, per onestà intellettuale, la poca che mi concedo, sono costretto ancora a ridimensionare il mio operato. Ma lo faccio volentieri.

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