venerdì 3 aprile 2009

"Scontro di civilta' per un ascensore a piazza Vittorio": spunti di riflessione critica


Scontro di civilta' per un ascensore a piazza Vittorio e' un romanzo di Amara Lakhous, scrittore algerino che vive a Roma, ben noto ai lettori di questo blog.

Scrive Francesco Erspamer [Harvard Diary]: "Interessante è di per sé la vicenda del libro: prima apparso in arabo in Algeria, a narrare dunque una vicenda di emigrazione, un’avventura nell’altrove; poi riscritto, e non semplicemente tradotto, in italiano, e letto come una vicenda di immigrazione, l’arrivo dell’“altro”; ora infine disponibile negli Stati Uniti, in un paese che, a differenza dell’Italia e dell’Algeria, si considera una nazione di immigrati, non di emigrati, e in cui pertanto potrà apparire come una parabola su un comune destino di nomadismo e ibridazione. Il pretesto del racconto è un delitto: il corpo di un uomo, ucciso a coltellate, viene trovato nell’ascensore di un palazzo nei pressi di piazza Vittorio, una delle zone più multietniche di Roma. Qualche ora prima aveva avuto un diverbio con un altro inquilino, Amedeo, ora scomparso. Ad aggravare la cui posizione c’è il fatto che tutti lo ritenessero un italiano mentre ora si scopre che non lo era, che il suo vero nome era Ahmed. Non c’è una voce narrante, oggettiva o neutrale: Lakhous fa parlare in prima persona i personaggi, ciascuno a portare, in prima persona, la propria interpretazione dei fatti e insieme i propri pregiudizi, le proprie paure. Ciascuno a portare la propria “verità”: “La verità di Parviz Mansoor Samadi”, iraniano che detesta la pizza e cita il poeta e matematico medievale Omar Khayyám; poi “La verità di Benedetta Esposito”, portiera dello stabile, napoletana, che invece cita Bruno Vespa e detesta gli immigrati (“un altro poco ci cacceranno dal nostro paese”), prima fra tutti la badante filippina, Maria Cristina, “chiatta chiatta” al punto da minacciare la stabilità dell’ascensore - e diventata tale, afferma Parviz, che odia la pasta quanto la pizza, a causa della dieta mediterranea -; ma che poi si scopre, quando arriva il suo turno di dirci la sua verità, che è peruviana e ingrassata per colpa della cioccolata e della birra consumate nelle lunghe giornate passate davanti alla televisione. Undici personaggi, ciascuno, come si è visto, con la sua verità incompleta, approssimativa, tendenziosa; l’ultima è quella del commissario che sta indagando il caso e che lo risolve solo perché riesce a ribaltare le proprie convinzioni, a vedere anche l’altra faccia della certezza. Inframmezzato, il diario di Amedeo, i suoi appunti su eventi, persone e letture, offerti non in sequenza cronologica ma in modo frammentario e incoerente, saltando da un mese o addirittura da un anno all’altro: a suggerire una possibile alternativa alla ricerca della verità e dell’identità. Perché la realtà, quella fisica come quella sociale, non si presta a semplificazioni e irrigidimenti, e l’unica maniera per congelarla in una rassicurante condizione di stabilità è congelare noi stessi, il nostro sguardo, chiuderci agli altri, all’esterno, in ultima analisi alla vita. La differenza fra chi è razzista e chi è tollerante, scopre Amedeo, è che il razzista è triste: “Non sorride al prossimo perché non sa sorridere a se stesso”. Amedeo è l’opposto: frequenta le biblioteche, i musei, i cineforum ma passa ore anche al bar di Sandro, tifoso giallorosso, senza attribuire ai diversi luoghi una diversa dignità. Rifiuta le etichette, i marchi di appartenenza: a chi gli chiede da dove venga risponde: “Dal sud”. Parla italiano meglio degli italiani, vive con una donna italiana, inizia le sue giornate “con le tre C” (cappuccino, cornetto e Corriere della Sera), però al suo vecchio compagno di giochi, Abdallah, che gli chiede se si sia convertito al cristianesimo, risponde di no con la stessa leggerezza con cui a Sandro ha detto di non essere della Lazio. Ama camminare, rispetta la natura, ha una coscienza ambientalista, però al professor Marini, accademico misantropo e moralista, che gli domanda se sia dei Verdi, dà la medesima risposta: “No”. Non è disinteresse o disimpegno: è rifiuto di farsi imprigionare da un’ontologia - un dover “essere” qualcosa che impedisca cambiamenti, mescolanze e contraddizioni, che chiuda nel passato. Amedeo non ama il passato, spiega Stefania, la sua compagna: “Spesso mi dice che il passato è come le sabbie mobili”. Anche gli scontri di civiltà (presumo che il titolo alluda al discusso libro del politologo Huntington) sono sabbie mobili: che attraverso la paura dei barbari di fuori consentono la barbarizzazione dall’interno della nostra società, in particolare l’abbassamento dei controlli etici sull’economia, la politica, gli apparati militari. Centrale, e giustamente evidenziato fin dal titolo, è l’ascensore: causa di tensioni condominiali e litigi, oltre che luogo dell’assassinio; ma anche efficace metafora del senso di claustrofobia, indotto se non del tutto immaginario, che l’intolleranza provoca e che a sua volta alimenta altra intolleranza, altro razzismo. Un buon romanzo, scorrevole, ironico, a tratti illuminante; che però in alcune parti, soprattutto quando a parlare siano i personaggi più reazionari, eccede negli stereotipi e diventa caricaturale, perdendo forza e annacquando la denuncia."

Utilizzando due spunti bibliografici citati da Erspamer, Cinzia Amagatto, collaboratrice del blog Italian eCenter, spiega il titolo del romanzo rinviando al discusso libro del politologo Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. Il futuro geopolitico del pianeta e al saggio di Tzvetan Todorov, La paura dei barbari. Oltre lo scontro delle civiltà, entrambi pubblicati in Italia da Garzanti. La Amagatto spiega la copertina del libro di Lakhous con il diagramma dei conflitti visti da Huntington, presente su Wikipedia.

In una intervista concessa a Letizia Airos Soria ("Oggi7"), Lakhous ha dichiarato a proposito del presunto scontro di civiltà teorizzato da Huntington: «E' una definizione che ha fatto male. Ancora di più perchè amplificata dai media. Huntington ha soprattutto una responsabilità, quella della scelta del titolo. Civiltà che si scontrano? Uno sbaglio. Se vogliamo dire che civiltà è cultura, è poesia, allora io non ho mai sentito parlare di uno scontro tra poeti italiani e libanesi. Gli scontri sono sul petrolio, per il potere... Le civiltà non si scontrano. Nessuna civiltà è nata dal nulla, ha preso da quella precedente e ha dato a quella successiva. La teoria di scontro delle civiltà, dopo l'11 settembre, è diventata davvero una ricetta gastronomica. Nel senso che è semplice. Con ingredienti apparentemente chiari. Si dà per scontato l'esistenza di due blocchi definiti, da una parte l'Occidente e da una parte il mondo musulmano. E' un errore, il mondo musulmano non è un blocco unico e l'Occidente non è un blocco unico. Tra Stati Uniti e Europa ci sono delle differenze. Tra Italia e Olanda ci sono differenze. In Spagna ci sono i matrimoni gay, in Olanda l'eutanasia... Lo stesso vale per il mondo musulmano, arabo, ci sono differenze grandissime. Con il mio romanzo ho cercato di far capire che lo "scontro di civiltà" è un pretesto per giustificare scelte politiche ed economiche».

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